Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare da vicino i dibattiti che animano la città.
Non per stabilire chi abbia ragione, compito ormai affidato agli algoritmi, ai commentatori seriali e allo zio che “sa come funzionano queste cose”, ma per raccontare come un problema reale riesca a trasformarsi, commento dopo commento, in uno specchio perfetto degli umori aretini.
Oggi è toccato al Mengo Festival.
A innescare la discussione è stato Luca Chimenti, che in un lungo post ha raccontato la propria esperienza alla manifestazione: cappello di paglia sponsorizzato, pass al collo, braccialetto con chip, ricariche da cinque euro e birra da sei.
Il capitalismo digitale applicato alla sete: te metti cinque, spendi sei e alla fine devi pure dimostrare di essere vivo per riavere gli spiccioli.
Chimenti non ha risparmiato critiche neppure alla proposta musicale. Secondo il suo racconto, i Casino Royale si sarebbero esibiti con una formazione ridotta e con largo uso di basi campionate, lasciando deluso chi ricordava il gruppo degli anni Novanta.
Dopo circa mezz’ora, scrive, avrebbe preferito tornare a casa ad ascoltare Harvest di Neil Young. Quando il festival ti fa rivalutare il divano, qualcosa nel piano culturale potrebbe essere andato storto.
Il braccialetto intelligente, il rimborso un po’ meno
La discussione si è rapidamente concentrata sul sistema di pagamento elettronico.
Diversi commentatori hanno criticato le ricariche a tagli fissi, considerate poco compatibili con i prezzi delle consumazioni. Il capolavoro aritmetico sarebbe rappresentato dalla birra da sei euro acquistabile attraverso ricariche da cinque.
Una formula perfetta: il cliente mette i soldi, il sistema tiene il resto e tutti applaudono l’innovazione.
Il punto centrale dei commenti non è tanto l’uso del braccialetto, ormai comune in molti eventi, quanto la difficoltà segnalata nel recuperare il credito residuo e l’eventuale presenza di costi o procedure aggiuntive per il rimborso.
Ed è qui che entrano in scena due vocali arrivati alla redazione.
La squadra del Qatar che perde col Montevarchi
Nel primo audio, il Mengo viene paragonato a una squadra del Qatar con un bilancio da grande club e risultati da torneo parrocchiale.
Il senso del discorso, al netto della poesia calcistica e dei riferimenti geografici creativi, è molto semplice: secondo l’autore del vocale, il festival disporrebbe di risorse e sponsorizzazioni importanti, ma offrirebbe una qualità tecnica, musicale e organizzativa non proporzionata al denaro investito.
Palco, impianto audio, costi e livello generale vengono descritti come deludenti rispetto alla quantità di risorse disponibili.
Tradotto dall’aretino finanziario: tanti quattrini, ma la partita finisce comunque due a uno per il Montevarchi
Naturalmente si tratta di una valutazione personale, non di una perizia tecnica. Ma fotografa bene una delle critiche più ricorrenti: la percezione che l’investimento pubblico e privato sia elevato, mentre il risultato artistico venga giudicato da alcuni frequentatori assai più modesto.
Tre euro prigionieri nel chip
Il secondo vocale racconta invece un episodio avvenuto, secondo la testimonianza, davanti al punto di rimborso.
Un uomo avrebbe chiesto di recuperare tre euro rimasti nel braccialetto elettronico. Gli sarebbe stato risposto che per ottenere il denaro avrebbe dovuto utilizzare un’applicazione sul telefono.
L’uomo avrebbe contestato la procedura, spiegando di non avere l’app e chiedendo la restituzione diretta del credito.
Da lì sarebbe nato un confronto acceso, avvenuto anche in presenza di due carabinieri, durante il quale il cliente avrebbe definito il sistema assurdo e discriminatorio verso chi non possiede uno smartphone o non sa utilizzare un’applicazione.
Il senso del vocale è netto: per spendere i soldi basta il polso, per riaverli serve un master in ingegneria informatica.
Non abbiamo elementi per verificare direttamente ogni dettaglio dell’episodio, né sappiamo quale fosse il regolamento ufficiale del rimborso applicato in quel momento. Resta però una domanda legittima: un sistema di pagamento pensato per semplificare la vita può diventare così complicato quando il cittadino chiede indietro il proprio denaro?
Perché l’innovazione è bellissima, soprattutto quando funziona anche per chi non ha scaricato l’ennesima app destinata a essere dimenticata il giorno dopo.
Musica, sponsor e politica
Nel post e nei commenti non mancano neppure riferimenti alle sponsorizzazioni, ai contributi pubblici e alla gestione politica dell’evento.
Chimenti critica la presenza di cappelli sponsorizzati e mette in discussione l’opportunità di finanziare una manifestazione che, a suo giudizio, offrirebbe una proposta musicale debole.
Altri utenti contestano la ripetitività degli artisti invitati, gli orari di alcune esibizioni e la trasformazione del festival in un sistema commerciale fondato più su token, pass e aree riservate che sulla musica dal vivo.
Sono opinioni, a volte espresse con toni pesanti, che non dimostrano irregolarità né responsabilità specifiche. Ma raccontano un disagio vero: quando un evento riceve sostegno pubblico, sponsor importanti e grande visibilità, il pubblico pretende qualità, trasparenza e servizi semplici.
Pretese rivoluzionarie, praticamente bolscevismo applicato alla birra.
Il Mengo resta, il resto forse no
Alla fine il Mengo continua a dividere Arezzo tra chi lo considera un appuntamento importante per la città e chi lo vede come una grande macchina organizzativa incapace di restituire una proposta musicale all’altezza delle aspettative.
Nel mezzo restano i braccialetti, le ricariche da cinque euro, le consumazioni da sei e quei tre euro che, secondo il racconto del vocale, avrebbero tentato di ottenere asilo politico dentro un chip.
La morale è semplice: un festival può essere digitale, sostenibile, sponsorizzato e pure antifascista.
Ma quando uno chiede indietro il resto, forse basterebbe restituirglielo.
Senza app, senza token e possibilmente senza convocare il Consiglio di sicurezza dell’Onu.


