Le strade di campagna erano per lo più sterrate, e qua e là si trovavano degli slarghi con mucchi di sassi, utilizzati per riempire le buche. Lo stradino passava di tanto in tanto a sistemarle, armato di pala e rastrello, infilati con i manici sotto la sella della bicicletta e sporgenti oltre il manubrio, come un ariete. Quei sassi, però, non servivano solo a rattoppare le strade: per noi erano i proiettili delle nostre fionde.
Ma non erano solo le “armi” a tenerci occupati. C’era anche la caccia al ferro. Nei campi, lungo le strade e perfino nel bosco si trovavano tanti resti metallici, e noi avevamo messo in piedi una sorta di cooperativa: raccoglievamo tutto e lo stipavamo in due grandi balle di juta. Alla fine del mese arrivava il nostro “Cipolla” con la sua bici dotata di cambio Simplex e un carretto artigianale con ruote da bicicletta, agganciato al sellino da corsa.
In quegli anni, ad Arezzo, molte finestre avevano ancora scuri rinforzati con pannelli di lamiera, a protezione dalle schegge delle bombe sganciate dagli alleati, che imperversarono sulla città per circa otto mesi tra il 1943 e il 1944.
Il Cipolla si distingueva sempre per la sua eleganza: pantaloni fermati con le mollette, camicia chiara ben stirata. A volte la grande stadera per pesare la farina non bastava, e bisognava ricorrere alla bascula usata per il grano durante le battiture.
Dopo la contrattazione sul prezzo, tolti i canonici 1,2 chili per balla, incassavamo il compenso. E, come per magia, il giorno dopo arrivava il gelataio con il suo Garelli Mosquito, pronto a portarci via fino all’ultimo soldo. Tanto che io ero convinto che lui e il Cipolla fossero soci in affari.




