Parte Prima
Non era un’Amanita falloide, ma un indizio inquietante lasciato dall’assassino: un Rubrobolete satanas, il famigerato “porcino malefico”, infilato nella bocca del cadavere ritrovato ai margini del bosco, lungo una stradina bianca sopra Lisciano Niccone.
Il corpo apparteneva a un uomo sulla quarantina. Vestiva abiti scuri, presentava un principio di calvizie sulla nuca, scarpe nere con lacci e punta tonda. Ai lati del collo c’erano delle chiazze rossastre, forse causate da sfregamenti. Occhi chiari, naso affilato leggermente a goccia, e un portamento distinto.
A fare la macabra scoperta fu una turista del Turkmenistan, Gabart Bartalat, ospite di un resort a cinque stelle nei pressi di Cortona. Era andata a cercare funghi nella zona di Casavecchia. Tornando verso la sua Suzuki Jeep, parcheggiata vicino a un vecchio stalletto ricoperto di rampicanti, in un’area che doveva essere l’aia di una casa colonica abbandonata, si trovò di fronte al cadavere.
Sconvolta, non si fermò né a Lisciano né a Mercatale, ma proseguì fino al valico dove, per riprendersi dallo shock, ordinò un bicchierino di vodka al ristorante Belvedere. Lì raccontò tutto al proprietario, che chiamò immediatamente i carabinieri di Cortona.
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Arrivarono il maresciallo Salvatore Volpato e gli appuntati Antonello Belin e Nicola Cossato. Dopo aver ascoltato la signora, notarono un cestino di funghi nella sua auto. Il maresciallo le chiese il tesserino per la raccolta nella provincia. Non avendolo, le venne comminata una multa di 300 euro e le furono sequestrati i sei porcini. Bartalat, ancora sotto shock, non poté che firmare il verbale.
Dopo questo intermezzo grottesco, fu fatta salire sulla vecchia Jeep Wrangler della stazione e si diressero verso il luogo del ritrovamento. Ma superato Mercatale, il maresciallo Volpato ordinò di fermarsi: erano ormai in provincia di Perugia. Fece quindi annullare il verbale e restituire la copia alla turista. Decisero di contattare la stazione di Passignano.
Rispose l’appuntato Pino Barra, che comunicò il tutto al maresciallo Ernesto Basettoni:
— Maresciallo, una turca ha trovato un fungo nato in bocca a un cadavere!
— Barra, dove sono?
— A Mercatale!
— Allora dì che se ne devono occupare loro!
— Ma il fungo è nostro e il cadavere sopra Lisciano Niccone!
— Prendi la Ritmo e andiamo!
Parte Seconda
A Mercatale le due pattuglie si incontrarono. Volpato e i suoi lasciarono l’incombenza ai colleghi umbri. Ma prima di giungere alla casa colonica, la Fiat Ritmo bucò la ruota posteriore destra. L’appuntato Barra fu costretto a cambiarla da solo, impolverandosi la divisa e macchiando di nero la striscia rossa dei pantaloni. Ne fu addolorato: era scapolo e per il bucato si affidava alla signora Mirella Lavacca, la sua padrona di casa, che esigeva in cambio prestazioni sessuali.
Lavacca, sessantenne, formosa e famelica, era vedova da vent’anni. La prima volta che aveva avuto un rapporto con Barra fu quando, dimenticandosi di chiudere la porta del bagno, lei entrò, si spogliò e si gettò su di lui con slancio animalesco.
Riparata l’auto, giunsero infine alla casa colonica. Bartalat li guidò attraverso campi incolti fino a un ruscello. Sull’altra sponda, un sentiero più largo si apriva tra due zone di bosco. Dopo un centinaio di metri trovarono il cadavere col fungo malefico in bocca.
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Il maresciallo Basettoni, persona accorta, ordinò di delimitare l’area con il nastro bianco e rosso. Barra, misurando a occhio, tracciò un raggio di cinque metri. Nel frattempo, ai piedi di un cespuglio, trovò un colletto ecclesiastico, che raccolse con un ramo e mise in una busta.
— Bravo! — esclamò Basettoni. — Questo potrebbe essere un prete!
Lasciando Barra a sorvegliare il corpo, tornò al ristorante Belvedere con la Bartalat. Da lì chiamò il pubblico ministero di Perugia e il comando regionale. Ma era l’ora di pranzo, e si fece servire tagliatelle al ragù di porcini e una bistecca di filetto con broccoli verdi.
La Bartalat, di fede musulmana, si fece grigliare i porcini sequestrati, gustandoli con olio d’oliva come un’intenditrice.
Alla fine, Basettoni le chiese il tesserino di raccolta della provincia di Perugia. Lei, ormai avvezza ai modi italiani, rispose:
— Io ero solo andata a fare una passeggiata… Ma dove sono questi funghi che dicono che io avrei trovato?
Parte Terza
Il povero Barra fu dimenticato in quel posto sperduto, senza pranzo né acqua, quando arrivarono due camionette, un’ambulanza e il procuratore di Perugia, Orlando Rossi. Uomo colto e appassionato di volo, aveva pubblicato una tesi sul possibile collegamento tra il Mostro di Firenze e un oscuro caso di suicidio (o omicidio) in un campeggio sul Trasimeno.
I carabinieri perlustrarono l’area senza trovare altri indizi. Il povero Barra, nel frattempo, colto da crampi addominali dopo un succo di frutta, si allontanò tra le frasche per non contaminare la scena, rendendo però l’aria irrespirabile. Il cadavere fu quindi avvolto in un sacco di plastica resistente e portato fino alla casa colonica, dove si trovavano le auto.
Dopo due giorni si scoprì che il morto era Don Mario Combi, sacerdote di un monastero nei pressi di Cagli. In quel luogo si praticavano esorcismi e giungevano fedeli da tutta Italia. Doveva celebrare un matrimonio tra una donna “sdiavolata” e un giovane albanese appena uscito dal carcere. Ne era stata denunciata la scomparsa.
Don Combi aveva studiato dai gesuiti, preso i voti a Pesaro, e officiava in un monastero isolato. Voci locali parlavano di messe nere e orge, ma un’indagine della Segugio Ltd concluse che al massimo si celebravano matrimoni per far ottenere la cittadinanza italiana a stranieri.
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Il procuratore Rossi ricordava di aver sorvolato quella zona l’autunno precedente con il suo Cessna 172, notando operai intenti al disboscamento. Fece allora controllare le richieste di autorizzazione e verificare la presenza di operai stranieri.
Due rumeni, di 24 e 28 anni, avevano pagato Don Combi tre milioni di lire ciascuno per un matrimonio combinato. Le spose, però, erano di dubbia qualità: una era zoppa da entrambe le gambe — e il prete sosteneva che la claudicanza bilaterale, con la donna sopra, intensificasse il piacere; la seconda era guercia e sdentata; la terza era brutta “quanto i Fei”.
I due uomini, sentendosi truffati, avrebbero chiesto il rimborso. Al rifiuto del sacerdote, decisero di vendicarsi. Il fungo malefico fu messo in bocca al cadavere come insulto finale.
Don Mario valeva più morto che vivo: al supermercato, un prete morto valeva 4500 punti. Con una spesa di 3000 dollari, si poteva persino ottenere un cagnolino gratis.
Fine… o forse no.


