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Il mercato del sabato divide Arezzo: tra cenci, occasioni e tastiere col maiuscolo incastrato

Una cittadina chiede una riqualificazione dei banchi di abbigliamento. Sui social il confronto parte dalla qualità della merce, inciampa nella grammatica e finisce nella solita sagra del pregiudizio

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Il mercato del sabato divide Arezzo: tra cenci, occasioni e tastiere col maiuscolo incastrato

Una cittadina chiede una riqualificazione dei banchi di abbigliamento. Sui social il confronto parte dalla qualità della merce, inciampa nella grammatica e finisce nella solita sagra del pregiudizio

La redazione dell’Ortica raccoglie dai social segnalazioni e discussioni che raccontano Arezzo dal basso. Riportiamo gli umori della città, senza distribuire patenti di ragione.

Una discussione pubblicata nel gruppo Facebook “Sei di Arezzo se…” ha riacceso il dibattito sul mercato del sabato, in particolare sui banchi di abbigliamento. Gloria Moretti sostiene che, rispetto al passato, gli espositori con prodotti di qualità medio-alta siano diminuiti e che oggi prevalgano montagne di capi economici, da lei definiti senza tanti giri di parole “stracci” e “cenci”.

La richiesta era abbastanza chiara: cosa pensano gli aretini del mercato e sarebbe opportuno riqualificarlo?

Tempo tre commenti e il mercato è sparito. Al suo posto è arrivato il processo alla tastiera.

Diversi utenti hanno infatti concentrato l’attenzione sul testo scritto interamente in maiuscolo. Una questione evidentemente decisiva per il futuro del commercio ambulante: prima di stabilire quali prodotti possano essere venduti, occorrerà verificare che ogni banco disponga anche delle lettere minuscole.

Qualcuno ha ricordato che, ai tempi delle vecchie chat, scrivere in maiuscolo equivaleva a gridare. Nel caso specifico, però, forse il grido era proprio quello: “Ma che fine ha fatto il mercato?”

Superata, si fa per dire, la battaglia tipografica, sono emerse opinioni molto diverse.

C’è chi non frequenta più il mercato da anni perché non trova prodotti interessanti e chi ritiene che la qualità sia peggiorata anche nei negozi. Altri difendono invece l’offerta attuale: i capi ammucchiati sui banchi non sarebbero necessariamente usati, ma potrebbero provenire da rimanenze, fallimenti, stock aziendali o negozi chiusi.

E in tempi nei quali arrivare alla fine del mese è diventato uno sport estremo, anche una maglia da pochi euro può essere un’opportunità, non una manifestazione di mediocrità. Una commentatrice racconta persino di aver sentito una coppia emiliana elogiare il mercato aretino per la quantità di occasioni e i prezzi convenienti.

Insomma, dove qualcuno vede un mucchio di cenci, qualcun altro vede un paio di pantaloni dignitosi che non richiede un finanziamento.

Poi, inevitabilmente, la discussione è scivolata sulla provenienza degli ambulanti. Sono comparsi riferimenti agli “stranieri”, accuse non documentate sulla provenienza della merce e persino battute sulle vaccinazioni e sulla porchetta minacciata dalle usanze altrui.

Il vecchio miracolo dei social: si parte da una bancarella e in meno di dieci minuti si arriva allo scontro di civiltà, senza neppure passare dalla cassa.

È bene chiarire che nei commenti non vengono presentati elementi verificabili per sostenere che gli indumenti siano prelevati dai contenitori destinati alla beneficenza. Un’impressione personale, anche quando raccoglie molti consensi, non diventa automaticamente un fatto. Se esistono sospetti concreti sulla provenienza irregolare della merce, servono controlli e segnalazioni agli organi competenti, non sentenze emesse fra una faccina arrabbiata e tre punti esclamativi.

La domanda utile resta quella iniziale: il mercato del sabato risponde ancora alle esigenze della città?

Una possibile riqualificazione non dovrebbe tradursi in una selezione degli ambulanti sulla base del passaporto, ma potrebbe riguardare la qualità e la varietà dell’offerta, la tracciabilità dei prodotti, il rispetto delle regole, l’ordine dei banchi e un migliore equilibrio tra merce economica e articoli di fascia superiore.

Perché un mercato popolare deve rimanere accessibile anche a chi ha pochi soldi. Ma popolare non significa necessariamente trasandato, così come economico non vuol dire automaticamente scadente.

Il mercato di Arezzo sembra dunque raccontare soprattutto la città che lo frequenta: c’è chi cerca qualità, chi cerca il prezzo più basso, chi trova l’occasione e chi trova sempre uno straniero da incolpare. E poi c’è chi va soltanto per ricordare agli altri che il maiuscolo equivale a urlare, possibilmente urlandolo nei commenti.

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