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Chiede una tinta, le fanno il disboscamento: parrucchiere condannato a pagare

Una cinquantenne aretina, dopo una colorazione finita male, ha dovuto affrontare tagli progressivi e attendere la ricrescita. Il Tribunale le riconosce circa 9mila euro tra risarcimento e spese legali

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Chiede una tinta, le fanno il disboscamento: parrucchiere condannato a pagare

Una cinquantenne aretina, dopo una colorazione finita male, ha dovuto affrontare tagli progressivi e attendere la ricrescita. Il Tribunale le riconosce circa 9mila euro tra risarcimento e spese legali

 Questo articolo usa l’ironia per commentare fatti reali 

Era entrata dal parrucchiere per coprire i capelli bianchi. Ne è uscita con una capigliatura talmente secca, crespa e ingestibile che, invece dello shampoo, sarebbe servito il piano regolatore. È quanto riporta il Corriere Fiorentino, ricostruendo una sentenza di primo grado del Tribunale di Arezzo.

La disavventura è cominciata nell’aprile 2023. Una cinquantenne aretina si è presentata nel salone di fiducia per la consueta colorazione alla radice. Un intervento apparentemente ordinario: un po’ di tinta, una sistemata e via, con l’età matura rimandata almeno fino al lavaggio successivo.

Qualcosa, però, è andato storto. Secondo quanto ricostruito nella sentenza di primo grado del Tribunale di Arezzo, i prodotti impiegati e le relative quantità non sarebbero stati adatti. Risultato: capelli secchi, crespi e, come riportato negli atti, «completamente ingestibili».

Altro che “effetto naturale”. Qui l’effetto era “siepe comunale dopo tre anni senza manutenzione”.

La donna si è quindi rivolta a un tricologo, sperando magari in una crema miracolosa, in una fiala rigenerante o almeno in una benedizione a base di cheratina. La risposta è stata assai meno consolante: per recuperare l’aspetto precedente avrebbe dovuto tagliare gradualmente i capelli, aspettare la ricrescita e poi tagliarli ancora.

Un programma di risanamento lungo almeno due anni. Praticamente più rapido rifare il raccordo autostradale.

Anche il consulente nominato nel procedimento ha concluso che il danno alla struttura cheratinica non poteva essere eliminato con i normali prodotti per la ricostruzione. L’unica soluzione era procedere con tagli progressivi e ripetuti, aspettando che la natura facesse ciò che la chimica del salone aveva mandato a monte.

La cliente ha così portato in tribunale il suo ormai ex parrucchiere. Il giudice Lucia Faltoni, della sezione civile del Tribunale di Arezzo, ha riconosciuto la responsabilità del professionista e il diritto della donna a ricevere circa 9mila euro, considerando il risarcimento e le spese legali.

Il Tribunale ha ritenuto provati sia il danno alla salute sia il disagio morale sopportato durante il lungo periodo necessario alla ricrescita. Sono state riconosciute anche le spese affrontate per visite, trattamenti e tentativi di rimediare al problema.

Insomma, era andata a coprire il bianco e si è ritrovata a vedere rosso.

La decisione è una sentenza di primo grado e potrà quindi essere impugnata. Per ora, però, resta una morale semplice: prima di spennellare la tinta, meglio conoscere capelli, prodotti e dosi. Perché tra “biondo cenere” e “cenere e basta” ci corre parecchio. E stavolta ci sono corsi pure novemila euro.

La vicenda e i contenuti della sentenza sono stati riportati dal Corriere Fiorentino.

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