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domenica, Marzo 15, 2026
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ARETINERIE: storie Grottesche dalla Provincia di Arezzo di Marco Grosso

Grottesco, ironia e meraviglia nascosti nella quotidianità della provincia aretina: ARETINERIE: quando la provincia si incrina e l’assurdo viene a studiare con noi

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Nelle quattro vallate della provincia di Arezzo, Casentino, Valtiberina, Valdichiana e Valdarno, succedono cose strane. Molto strane. Il tipo di cose che fanno dire “ma cosa diavolo…?” e poi ti ritrovi a crederci perché, in fondo, siamo in provincia e qui tutto è possibile.

“Aretinerie” sono storie dove persone normalissime si scontrano con l’impossibile e devono farci i conti. Contadini, preti, farmaciste, pensionati: gente comune con vite a metà che all’improvviso scopre che la realtà ha delle crepe, e da quelle crepe esce fuori il grottesco più puro. Nessuno è un eroe, nessuno ha risposte. Tutti si arrangiano come possono.

Qui la provincia non è mai solo quella che sembra. Dietro le facciate dei paesi, dentro le vite considerate ordinarie, sotto la normalità apparente, l’assurdo aspetta solo di essere scoperto. E quando succede, la gente reagisce come farebbe chiunque: discute, litiga, si adatta, ci ride sopra. E a volte, senza volerlo, innesca piccole rivoluzioni.

Benvenuti dove la provincia aretina smette di essere noiosa e diventa teatro dell’impossibile. Con affetto, ironia e un pizzico di follia.

I Sei del Cimitero di Capolona

La nebbia di novembre avvolgeva le lapidi come un sudario, quando si radunarono tutti e sei dietro la cappella dei Moretti, ma questo non li scoraggiava.

Venivano da vite diverse: c’era Saverio il farmacista, don Umberto il prete spretato, Giuliano il notaio fallito, Amos il veterinario, Checco il ferroviere e Dante, quello che tutti al bar chiamavano “il professore” benché non avesse mai insegnato nulla.

Il cimitero di Capolona era antico. Tra le tombe più vecchie crescevano felci selvatiche, creature preistoriche sopravvissute ai secoli, che nessuno aveva mai il coraggio di estirpare. Sembravano custodi verdi di segreti sepolti, e loro sei le sfioravano ogni volta come per un saluto, un patto silenzioso con il tempo che non passa.

Si nascondevano ogni martedì da tre anni, sempre alla stessa ora, sempre nello stesso punto. Il paese credeva che giocassero a carte o tramassero chissà quali affari loschi. Qualcuno giurava di averli visti sparire nelle cripte sotterranee, quelle antiche camere di marmo dove riposavano i notabili dell’Ottocento. Voci sussurravano di riti esoterici, di sedute spiritiche, perfino di tesori nascosti.

La verità era più semplice e infinitamente più straordinaria.

Quella sera Dante arrivò per ultimo, ansimante. Aveva quasi settant’anni e le scale che portavano alle cripte lo affaticavano sempre di più. Ma scese comunque, passo dopo passo, nel ventre freddo del camposanto. Le pareti di marmo bianco riflettevano la luce fioca delle loro torce elettriche e delle candele. Lì sotto, l’umidità disegnava arabeschi sulle lapidi murate, e l’aria sapeva di terra bagnata e segreti antichi.

«Ho pensato che non venissi più» disse Saverio, poggiando la mano sulla spalla dell’amico.

«Finché campo, scendo» rispose Dante con un sorriso stanco.

Si disposero in cerchio nella cripta centrale, quella della famiglia Tessari, dove il marmo era più liscio e le panche di pietra permettevano di sedersi. Don Umberto accese due candele, più per rituale che per necessità. Amos distribuì il thermos di caffè che portava sempre. Checco tolse dalla giacca una piccola scatola di latta.

«Guardate cosa ho trovato» disse, aprendola.

Dentro, adagiata su un pezzo di velluto rosso consumato, c’era una moneta. Antica, ossidata, con l’effige di un imperatore romano ormai illeggibile.

«L’ho trovata nel nostro orto» spiegò Checco. «Mia moglie voleva buttarla. Io ho pensato… non so, che dovesse stare qui con noi, un porta fortuna.»

Giuliano la prese in mano, la osservò controluce. «È una tessera, Checco. Un gettone d’accesso. Gli antichi la mettevano in bocca ai morti perché pagassero il traghettatore. Ma noi…» si interruppe, gli occhi improvvisamente lucidi, «noi la usiamo per attraversare dall’altra parte. Dalla parte dei vivi.»

Un silenzio denso riempì la cripta. Le felci che crescevano all’ingresso, spingendosi fin dentro attraverso le fessure, tremarono leggermente per una corrente d’aria.

«Prima di cominciare» disse Saverio aprendo lo zaino, «ho portato la cena.»

Tirò fuori sei piatti di plastica, sei forchette, e tre barattoli grandi di tonno in scatola e fagioli borlotti. Don Umberto rise sommessamente.

«Ogni volta la stessa roba, Saverio.»

«È quello che mangiavano gli studenti poveri quando andavano all’università» rispose il farmacista con una certa solennità. «L’ho letto. Tonno e fagioli. La cena degli affamati di sapere.»

Mangiarono in silenzio, voracemente, seduti sulle panche di marmo, i piatti in equilibrio sulle ginocchia. Il tonno sapeva di latta e nostalgia, i fagioli erano freddi e mollicci. Nessuno si lamentò. Anzi, Checco fece la scarpetta con un pezzo di pane che aveva in tasca.

«Buono» disse Amos masticando lentamente. «Sapete che i monaci cistercensi mangiavano i legumi due volte al giorno? L’ho imparato nel corso di Storia Medievale.»

«E il tonno veniva conservato nell’olio d’oliva già dai Fenici» aggiunse Giuliano, che aveva seguito tre lezioni di Archeologia Mediterranea.

Finirono di mangiare, ripulirono tutto meticolosamente. Non lasciavano mai traccia. I morti meritavano rispetto, e loro erano ospiti in quella casa di silenzio.

Dante aprì la cassetta di legno che custodiva gelosamente. Dentro, sei paia di auricolari. Li distribuì con gesti solenni, rituali. La moneta di Checco venne posta al centro del loro cerchio, come un’offerta agli dei della conoscenza.

«Pronti?» sussurrò.

Annuirono tutti. Infilarono gli auricolari, si appoggiarono alle pareti di marmo freddo, chiusero gli occhi. Il contrasto era straniante: loro, uomini invecchiati in una cripta ottocentesca, circondati da morte e pietra, connessi al mondo attraverso onde invisibili.

Il segnale arrivò puntuale come sempre: una voce femminile, dolce, proveniente da qualche satellite perduto nell’etere.

«Benvenuti alla lezione numero centoquarantadue: Storia della Musica Barocca, corso avanzato.»

Saverio sorrise. Don Umberto tirò fuori il quaderno degli appunti, ormai fitti di calligrafia illeggibile. Giuliano, che aveva scoperto Bach solo a sessant’anni, sentì gli occhi inumidirsi come ogni volta che la musica del Preludio risuonava nelle sue cuffie. Amos chiuse gli occhi e si lasciò trasportare. Checco, che da ragazzo sognava il conservatorio prima che la vita lo spedisse sui binari, stringeva la penna come fosse un talismano.

La professoressa dell’università online non sapeva di avere sei studenti che la seguivano da una cripta. Non sapeva che quegli iscritti anonimi, quei nickname senza volto, erano uomini che il paese aveva già sepolto metaforicamente da anni.

Quando la lezione finì, dopo novanta minuti esatti, rimasero seduti ancora qualche minuto, assorti nei loro pensieri. Le candele quasi consumate proiettavano ombre danzanti sui nomi sbiaditi delle lastre funerarie. Le felci sembravano essersi avvicinate,come testimoni complici.

«La prossima settimana inizia il corso di Filosofia Greca» disse Dante. «Chi viene?»

Cinque mani si alzarono in silenzio.

Risalirono le scale uno alla volta, spegnendo le luci, chiudendo le porte. Sopra di loro, il paese dormiva credendoli morti alla vita.

Ma la verità, quella che solo le felci antiche e la moneta romana e le pareti di marmo conoscevano, era che non si nascondevano affatto.

Studiavano.

Sei uomini che il paese aveva considerato falliti, finiti, inutili. Sei uomini che avevano trovato nell’unico posto con wifi gratuito del paese, il cimitero, installato per i visitatori, l’unica università che potevano permettersi. Nelle cripte dove i morti riposavano nel marmo eterno, loro avevano trovato l’immortalità che conta davvero: quella della mente che non smette mai di crescere.

E mentre il paese dormiva credendoli morti alla vita, loro imparavano ad essere finalmente vivi.
EPILOGO (Tre anni dopo)

Il sindaco di Capolona tagliò il nastro con forbici dorate davanti alle telecamere di tre reti nazionali.

«È con orgoglio che dichiaro aperta la prima Università Popolare del Cimitero di Capolona!»

Applausi scroscianti. I sei erano seduti in prima fila, imbarazzatissimi nei loro completi nuovi. Saverio si grattava il collo stretto dalla cravatta. Don Umberto aveva dimenticato di togliere il cartellino dalla giacca.

Tutto era cominciato quando la nipote di Dante, studentessa di Giornalismo, li aveva scoperti. Aveva scritto un articolo: “I nonni che studiano tra i morti”. Era diventato virale. Poi era arrivata la televisione, poi i giornali, poi l’Unione Europea con un finanziamento per “iniziative culturali innovative in aree rurali”.

Adesso il cimitero di Capolona aveva un’ala nuova: cinque aule multimediali costruite tra le tombe, un auditorium ricavato nella vecchia cappella sconsacrata, e centoventi iscritti sopra i sessant’anni che venivano da tutta Italia.

«Prossima lezione: Astrofisica Quantistica» annunciò il direttore didattico (che era Dante, ovviamente).

Ma c’era un problema. Un problema grottesco che nessuno aveva previsto.

Gli anziani che arrivavano per studiare si portavano sempre, immancabilmente, dei fiori. Per abitudine. Perché quando vai al cimitero, porti i fiori. Così, mentre frequentavano le lezioni di Letteratura Comparata o Biochimica Avanzata, lasciavano rose, crisantemi e orchidee sulle tombe vicine.

Il risultato era che il cimitero di Capolona era diventato il più fiorito, il più profumato, il meglio curato d’Italia. I morti non erano mai stati così onorati. Le famiglie arrivavano da lontano solo per vedere le tombe dei loro cari sommerse di fiori freschi ogni settimana.

E le felci? Le avevano dichiarate patrimonio botanico protetto. Nessuno poteva toccarle. Crescevano rigogliose tra le aule nuove e le lapidi antiche, testimoni immobili di quella rivoluzione silenziosa.

L’ultimo martedì di giugno, i sei si ritrovarono nella cripta Tessari. Ormai era diventata una specie di aula magna sotterranea, con wifi potenziato e perfino un proiettore.

«Ricordate quando mangiavamo tonno e fagioli freddi qui sotto?» disse Checco.

«Adesso c’è la mensa con tre portate» rispose Amos ridendo. «Anche il dessert.»

«Io li rimpiango, i fagioli» disse Saverio. «Avevano il sapore della clandestinità.»

Dante aprì la vecchia cassetta di legno. Gli auricolari erano ancora lì, ormai inutili. Li guardò con tenerezza.

«Sapete qual è la cosa più assurda?» disse. «Siamo diventati famosi per nasconderci. Hanno fatto di noi degli eroi perché studiavamo di nascosto. Ma la verità è che eravamo solo sei vecchi con il wifi scarso e un sogno ridicolo.»

«E una moneta romana» aggiunse Checco, tirandola fuori dalla tasca. L’aveva sempre con sé. Era diventata la mascotte dell’università, esposta in una teca all’ingresso.

Si guardarono. Scoppiarono a ridere tutti insieme, una risata profonda che rimbalzò sulle pareti di marmo e risalì le scale fino al cielo di Capolona.

Sopra le loro teste, centoventi anziani stavano seguendo una lezione di Cosmologia. La professoressa spiegava la teoria del Big Bang mentre i partecipanti prendevano appunti seduti tra le tombe, circondati da ortiche, magnolie e gerani rossi.

E da qualche parte, in quella notte di giugno, i morti sorridevano nelle loro casse di marmo.

Perché se c’è una cosa che i morti sanno meglio dei vivi, è questa: la vita vera comincia quando smetti di avere paura del ridicolo.

Anche se devi studiarla in un cimitero, mangiando tonno e fagioli.

Marco Grosso

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Marco - Artista Digitale
Marco - Artista Digitale
Marco Grosso, giornalista indipendente, critico musicale e scrittore, è anche artista digitale, con il suo studio e sviluppo di quadri digitali con intelligenza artificiale e successiva riprogrammazione avanzata. Con un suo stile personale di immagini sta collaborando con realtà artistiche ed editoriali italiane indipendenti che utilizzano le sue immagini come copertine di libri, dischi e poster.
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