Sindacati sul piede di guerra: Cisl e Cgil denunciano straordinari strutturali, contratti fragili e il rischio che col nuovo appalto il lavoro svolto venga dimenticato. Ai Cup aretini salta la pazienza, non le prenotazioni
Altro che prenotazioni, numerini e “torni domani”. Ai Cup della provincia di Arezzo l’aria è più tesa di una corda da bucato ad agosto. Stato d’agitazione, assemblea al San Donato e sciopero che bussa alla porta come un paziente senza impegnativa.
Qualcuno se la ricorda la pubblicità anni Ottanta: “E chi sono io, Babbo Natale?”
Ecco, i lavoratori dei Cup aretini dell’Asl Tse la pensano uguale: regali non ne fanno più. Né a Natale né all’Epifania.
Si sono ritrovati tutti – dal vivo e in remoto, perché ormai si protesta pure in streaming – nell’auditorium dell’ospedale. Tema del giorno: straordinari a pioggia, che poi pioggia un è, è un diluvio universale. Quelle che il burocratese chiama “ore supplementari” e che in realtà sono ore di vita regalate, con sorriso obbligatorio e pazienza infinita.
Il problema di oggi?
Si lavora più del dovuto per tappare i buchi di un sistema che scricchiola come una barella con una ruota rotta.
Il problema di domani?
Col nuovo appalto c’è il rischio concreto che quelle ore spariscano, come le liste d’attesa: puff, non pervenute. Il nuovo gestore potrebbe far finta di nulla e tanti saluti.
A spiegare il casino, senza giri di parole, tre delegate sindacali che il Cup lo conoscono meglio del display delle prenotazioni: Stefania (Filcams Cgil), Federica e Isabella (Fisascat Cisl). Ventidue, sedici e tredici anni di servizio. Tradotto: altro che apprendistato.
La premessa è sempre la stessa, e fa già ridere amaro:
“La gente pensa che siamo dipendenti Asl. Macché. Siamo in appalto.”
Contratti diversi, spesso part-time, stipendi più bassi, orari che cambiano come il meteo e l’eterna domanda: “Ma il contratto me lo rinnovano o devo portarmi il panettone a casa?”
Dipendono da Formula Servizi, col Contratto Multiservizi: nome elegante per dire molto lavoro, poche certezze. E intanto il Cup va avanti grazie a chi fa ore in più, copre turni, regge il front office e pure l’umore di chi aspetta.
Ora però la misura è colma.
I Cup non chiedono la slitta, le renne o la calza piena:
chiedono il riconoscimento del lavoro fatto.
Pagato. Nero su bianco. Senza magie.
Perché se continui a trattare la gente come Babbo Natale, poi un giorno smette di fare regali…
e ti lascia il Cup chiuso per sciopero.
