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Citti scostumati in centro, Facebook cerca i genitori e trova Napoli

Un post denuncia gruppi di giovanissimi che disturberebbero commessi e negozianti. Nei commenti si parla di educazione, ceffoni, telefoni cellulari e provenienze geografiche, perché restare sull’argomento pareva brutto

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Citti scostumati in centro, Facebook cerca i genitori e trova Napoli

Un post denuncia gruppi di giovanissimi che disturberebbero commessi e negozianti. Nei commenti si parla di educazione, ceffoni, telefoni cellulari e provenienze geografiche, perché restare sull’argomento pareva brutto

Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare da vicino i dibattiti che animano la città. Non per stabilire chi abbia ragione, ma per raccontare come un problema reale riesca a trasformarsi, commento dopo commento, in uno specchio perfetto degli umori aretini.

Oggi è toccato al gruppo “Sei di Arezzo se…”, dove un utente ha raccontato di aver assistito in centro a una scena definita grave.

Secondo quanto riportato nel post, alcuni gruppi di ragazzini entrerebbero nei negozi, disturbando, danneggiando oggetti, rubando e insultando i commessi. In particolare, una lavoratrice sarebbe stata pesantemente offesa dopo aver provato a richiamare i giovani.

Il messaggio rivolto ai genitori è piuttosto chiaro: parlare con i propri figli e ricordare loro che entrare in un negozio non equivale a partecipare alle qualificazioni regionali di devastazione urbana.

Un tema serio, insomma: rispetto verso chi lavora, responsabilità delle famiglie, controllo dei minori e difficoltà dei commercianti nel gestire certe situazioni.

Poi sono arrivati i commenti.

E il dibattito, come spesso accade, ha imboccato con decisione la strada panoramica verso il nulla.

Un commentatore ha infatti deciso che il vero problema non fossero i comportamenti descritti, ma la presunta provenienza campana dell’autore del post, dedotta dall’utilizzo della parola “scostumato”.

Un’indagine linguistica di altissimo livello, condotta senza vocabolario, senza prove e probabilmente senza nemmeno alzarsi dal divano.

L’autore ha risposto precisando di non essere napoletano e facendo notare, con una certa pazienza, che la propria provenienza non avrebbe comunque cambiato la gravità della scena raccontata.

Niente da fare. Il processo etimologico era ormai partito: “scostumato” sarebbe parola campana, mentre “berciare”, presente nello stesso post, evidentemente aveva ottenuto la cittadinanza onoraria aretina.

Altri utenti hanno provato a riportare la discussione sulla Terra, ricordando che la maleducazione non possiede né targa automobilistica né certificato di residenza.

Qualcuno ha sottolineato che i ragazzi maleducati possono essere aretini, italiani o stranieri, rivoluzionaria teoria secondo la quale gli imbecilli sarebbero distribuiti sul territorio nazionale senza rispettare i confini regionali.

La maggioranza dei commenti si è comunque concentrata sui genitori, indicati come assenti, permissivi o pronti a difendere i figli anche davanti all’evidenza.

Immancabile anche la nostalgia per l’antica pedagogia aretina, quella basata sullo sguardo del babbo, sui “labbroni” e sul celebre principio educativo: “Io t’ho fatto e io te sfaccio”.

Un metodo didattico che non risulta approvato dal Ministero dell’Istruzione, ma che nei gruppi Facebook continua a vantare un numero considerevole di sostenitori.

C’è chi propone denunce, telecamere e interventi delle forze dell’ordine. Chi invoca multe ai genitori. Chi suggerisce punizioni fisiche con una precisione che fa sospettare lunghi studi nel settore delle bastonate applicate.

La questione reale, però, resta sul tavolo.

Se episodi del genere si verificano davvero con frequenza, i commercianti e i lavoratori non possono essere lasciati soli a gestire gruppi aggressivi o vandali. Servono segnalazioni formali, controlli e collaborazione tra famiglie, scuole, esercenti e istituzioni.

Scrivere su Facebook può accendere l’attenzione, ma non sostituisce una denuncia o una chiamata alle forze dell’ordine quando vengono commessi furti, danneggiamenti o minacce.

Quanto ai genitori, probabilmente non basta ripetere al figliolo “fai il bravo” mentre lui esce di casa con il telefono carico, sei amici e la convinzione di essere il protagonista di una serie televisiva.

Bisogna parlare, controllare, porre limiti e, quando serve, credere anche alla commessa, all’insegnante o al vicino che raccontano un comportamento sbagliato.

Perché il figliolo sarà anche “un bravo ragazzo”.

Ma ogni tanto, statisticamente, potrebbe pure aver fatto una bischerata.

E ammetterlo sarebbe già un discreto passo avanti per la civiltà. Perfino su Facebook.

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Gianni Bufaloni
Gianni Bufaloni
Gianni Bufaloni (nato il 1° aprile di un anno imprecisato, perché gli piace mantenere un alone di mistero) è un giornalista, scrittore e debunker di professione, noto per il suo acume nel smontare bufale e teorie del complotto con una buona dose di ironia. Cresciuto tra vecchie macchine da scrivere, giornali ingialliti e discussioni animate al bar, sviluppa fin da giovane un'insana passione per la verità… e per il caffè corretto. Dopo una laurea mai del tutto confermata in Giornalismo Investigativo presso l'Università della Vita e un master in Sarcasmo Applicato, si dedica alla sua missione: scovare fandonie, ridicolizzare fake news e dare il tormento ai complottisti più fantasiosi. Ha collaborato con testate inesistenti come Il Giornale delle Bufale, La Verità (Quella Vera) e Fact-Checker’s Monthly, oltre a essere autore del bestseller immaginario "La Terra è rotonda e altre scomode verità". Attualmente vive tra la redazione e i social, dove smonta quotidianamente le teorie più assurde con il suo motto: "Una bufala al giorno toglie il neurone di torno". Se lo cercate, probabilmente sta battibeccando con qualche utente convinto che gli Illuminati controllino il meteo.
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