Capitolo 2 – La città che brilla troppo
Per due giorni, Arezzo visse come dentro un sogno zuccheroso.
La Città del Natale aveva raggiunto il suo culmine: concerti, luminarie accese fino a notte fonda, il mercato che non dormiva mai.
Dopo tanti anni anche una nevicata aveva imbiancato tutto, regalando un’atmosfera magica e fatata, come se la città avesse deciso di indossare una veste nuova, più antica e più giovane allo stesso tempo.
Sotto quella superficie perfetta, però, qualcosa cominciava a incrinarsi.
Il tenente Ricci la chiamò all’alba.
«È sparito un bambino,» disse.
«Come?»
«Si era perso tra le luminarie. Lo hanno trovato dopo mezz’ora, ma dice di essere uscito da sotto la città.»
«Forse si è nascosto in una cantina, in un fondo…»
«No. Ha parlato di una galleria lunga, piena d’acqua e di pietra.
E giura di aver visto un occhio inciso su di un muro.»
Serena rimase in silenzio.
Era come se un peso familiare le fosse ricaduto sulle spalle.
«Sa di cosa parla?» chiese lui.
«Forse,» rispose. «Ma dobbiamo vedere con i nostri occhi.»
Nel profondo
La Fortezza Medicea li accolse in una luce grigia.
Le scale di pietra scendevano verso corridoi umidi, coperti di muschio. L’aria odorava di ferro e acqua stagnante.
Durante i lavori del ’98 era stato trovato un accesso murato, mai aperto perché instabile.
Ora, il muro era crollato da solo.
Il passaggio era stretto, perfettamente scolpito nella roccia.
Sulle pareti, incisioni antiche: cerchi, figure curve, uomini con un solo occhio.
«Polifemo,» sussurrò Serena.
«O qualcosa che lo rappresentava,» disse Ricci. «Ma questo è lavoro umano. Ingegneria antica.»
Camminarono quasi un’ora.
Il tunnel scendeva e risaliva, attraversando nicchie piene di frammenti di anfore e ossa levigate.
L’acqua correva come vene vive.
Ricci citò vecchie mappe del Quattrocento: un condotto che univa Arezzo, Cortona, il Trasimeno.
Forse una leggenda.
Fino a quel momento.
La camera del respiro
La galleria si aprì in una sala rotonda.
Al centro, un bacino d’acqua limpida, una lastra scolpita sul fondo: lo stesso occhio del racconto del bambino.
«Un sistema idraulico,» mormorò Ricci.
«O qualcosa che lo imita,» rispose Serena.
L’acqua pulsava, come se respirasse.
Ogni lampo riflesso sembrava venire dalla città sopra di loro.
«La marea…» disse Serena.
Il tenente la guardò.
«La città e il lago respirano insieme. Quando si accendono le luci, il livello cambia.»
Trovarono una scala metallica recente, una botola antica.
La aprirono.
Il ritorno
Erano nel Padiglione degli Specchi.
Silenzio totale.
Solo una lampada tremolava.
Le incisioni sui muri erano più nitide, come se il tunnel le avesse attivate.
Dal pavimento filtrava una goccia d’acqua, creando un piccolo specchio.
Serena si chinò.
Vide il padiglione.
Il suo volto.
E dietro, un altro: più anziano, con i suoi stessi occhi.
Lucia Caselli.
Il riflesso svanì.
Una città che respira
Quella notte Serena abbandonò il sonno.
Camminò per la città: le Logge del Vasari, Piazza Grande, il Duomo che vegliava in silenzio.
La neve si scioglieva in pozzanghere profonde come pozzi.
Le luci natalizie tremolavano, come mosse da un vento che non esisteva.
Quella vibrazione…
La stessa dell’acqua sotterranea.
Dalla finestra vide la Fortezza.
Le luci della città tremavano come una marea.
E per un istante, tra le decorazioni, rivide l’occhio.
Che si apriva.
La città respirava ancora.
Il tunnel non spiegava nulla.
Era solo un battito dentro un corpo più grande.


