C’è un momento preciso nella vita di un primogenito in cui qualcosa si spezza, silenziosamente. Accade con l’arrivo del secondo figlio, quando quel trono invisibile, ma potente, che aveva occupato per mesi o anni, viene improvvisamente “sgretolato” per sempre! Nessuno lo dice, ma è un terremoto dell’anima. Un’ingiustizia che il cuore di un bambino non sa spiegare, né contenere. E che, spesso, si porta dietro per tutta la vita.
Non importa quanto amore ci sia.
Non importa quanto i genitori si sforzino di spiegare, rassicurare, includere.
Il primogenito, quel figlio unico per un tempo che “sembrava eterno, vive l’arrivo del fratellino o della sorellina come una detronizzazione emotiva.
Da unico, a uno dei due. Da “centro”, a “parte”.
E questo cambiamento, a volte, segna profondamente, anche TUTTA la vita.
È accaduto a me. L’ho vissuto sulla mia pelle, in quegli anni in cui le emozioni non avevano ancora parole.
Ma poi l’ho rivisto in mio marito, primo di dieci figli, nato nel lontano 1930, cresciuto a pane e sacrifici, con la responsabilità del fratello maggiore e il peso di un’attenzione che si è rapidamente “polverizzata” in famiglia, pur rimanendo il beniamino della madre. L’ho rivissuto in mio figlio, primogenito dei nostri tre figli, che ha pagato duramente l’arrivo della sorella e tanto soffriva per il suo imminente arrivo, che mi impose, addirittura, di chiamarla come lui, mentre accettò (pare) di buon grado, l’arrivo del fratello poi.
L’ho visto nella figlia di “primo letto” di mio marito, e nella figlia di lei, che mi disse di non desiderare assolutamente dei figli, perché i figli “rompono”. Quasi una catena invisibile, che si tramanda senza volerlo.
Perché questo dolore riguarda proprio i primogeniti.
È un dolore d’esclusione, di spostamento, di perdita di un’identità assoluta.
I secondi, i terzi, i quarti… loro nascono già dentro una famiglia divisa tra più affetti.
Non perdono nulla, perché in famiglia si è già’ instaurato, via via nel tempo, un equilibrio.
Imparano a convivere con la condivisione fin dal primo respiro.
Ma i primi… i primi hanno conosciuto “la totalità”!Ed è quella che rimpiangono per sempre.
A volte diventano adulti molto forti, determinati, con un senso di giustizia spiccato.
Ma nel profondo portano una “nostalgia antica”, quella del “tempo in cui ero solo io”, in cui l’amore non aveva rivali.
E quella ferita, anche se non sanguina più, resta viva; in una lacrima improvvisa, in un gesto trattenuto. Sopratutto una rabbia, una rabbia che non si sa spiegare. In una solitudine che spesso, a onde, ritorna, anche da adulti.
Eppure, forse, proprio i primogeniti hanno la possibilità di trasformare questa ferita in qualcosa di grande.
In un’empatia profonda verso gli altri.
In una capacità di osservare il dolore, di riconoscerlo, di abbracciarlo.
Perché sanno com’è “perdere un regno” senza aver fatto nulla per meritarselo, ma a cui non sanno rinunciare.
Il trono dell’affetto, dell’amore, il più prezioso di tutti i troni.
E oggi, da primogenita, da moglie, da madre, da donna sento il dovere di “dare voce” a questa verità troppo spesso ignorata.
Perché “ogni trono d’amore tolto, merita almeno una carezza”.
E ogni primogenito “detronizzato”, almeno una volta nella vita, merita di sentirsi dire: “Non sei stato dimenticato. Sei stato solo il primo ad insegnare ad amare e a essere amato.”
S.S.C. ~ AI


