Di fronte alla rinomata (e forse un po’ troppo ottimista) “Farmacia della Marchionna”, sorge – o meglio, crolla con dignità – un capolavoro urbano che pochi notano, ma che tutti meritano: la panchina rotta.
Un tempo retta e forse persino comoda, oggi si piega su se stessa come un cittadino medio davanti alla fila del CUP. Simbolo del decadimento non solo del legno trattato ma anche del trattamento sanitario, la panchina pare dire: “Non sei tu che ti siedi, sono io che ti giudico.”
Chi l’ha progettata? Un poeta del disagio? Un urbanista col colpo della strega? Difficile dirlo. Ma ciò che è certo è che questa panchina, a due passi dalla farmacia, rappresenta una verità scomoda: prima ti siedi, poi ti alzi (con fatica), e infine entri a chiedere un antidolorifico.
Qualcuno potrebbe pensare che sia un caso. Uno scherzo del tempo, delle intemperie, dei vandali. Ma chi conosce Arezzo sa che qui nulla è per caso. Questa è arte pubblica. È protesta muta. È mobilità ridotta in forma di legno.
E c’è poesia, sì. Perché ogni persona che si avvicina a quella panchina compie una scelta esistenziale: provare a sedersi sfidando la geometria, o passare oltre e accettare che forse, nella vita, il conforto è una trappola?
Nel frattempo, la farmacia osserva silenziosa. Come una madre severa che guarda il figlio inciampare dicendo: “Te l’avevo detto di non fidarti dell’arredo urbano.”
Un consiglio? Se vi trovate in zona, fateci una foto. Sedetevi se osate. E poi, magari, chiedete in farmacia un cerotto. La panchina della Marchionna vi aspetta. Rotta, ma sempre fedele.

