Capitolo I – Il ritrovamento
Il 6 aprile del 1949, alla curva in fondo a via Erbosa, vicino all’angolo del Tiro al Piccione, proseguendo verso Santa Maria delle Grazie, intorno alle 6:45, un uomo fu trovato morto in fondo a un fosso. A fare la macabra scoperta fu un certo Bindi, che si recava al lavoro in bicicletta verso il Fabbricone.
Il corpo apparteneva a un uomo dalla corporatura robusta, con capelli ricci e spettinati. Aveva un occhio semi-chiuso e l’altro sbarrato, fisso sul ciglio della strada. Indossava una ciabatta di tessuto a quadretti marroni e amaranto, con una sottile suola di pelle. Il suo naso era a patata, abbastanza pronunciato, e la bocca storta, segnata dalla rigidità cadaverica. Portava un pantalone da camera a strisce marroni scure e più chiare, con la patta aperta, lasciando intravedere il folto pelo del pube e parte del sesso. Sopra, una giacca di velluto marrone scuro a coste grosse, ancora stretta in vita da un cordoncino dello stesso colore, terminante con due nappine. Sotto la giacca si scorgeva una camiciola di lana caprina marroncina, il cui polsino spuntava leggermente dalla manica della giacca.
Attorno al luogo del ritrovamento si radunò rapidamente un gruppo di curiosi, data la vicinanza di un palazzo di quattro piani, dal quale era sceso lo stesso Bindi prima di avviarsi al lavoro. [read more]
L’arrivo della campagnola con i questurini e dell’ispettore Edoardo Volpicelli – noto per i suoi trascorsi calcistici a Chiusi, prima di diventare capo della sezione omicidi e rapimenti – attirò ancora più persone. Tuttavia, Volpicelli fece allontanare tutti di almeno venti metri dal cadavere. Notò subito la seconda ciabatta poco distante e un fagotto di carta. Usando un ramo spezzato, sollevò con delicatezza un lembo della carta e vi trovò due fette di pane con del salame, probabilmente casereccio e tagliato come colazione mattutina da battitura, come si usava un tempo.
Diede ordine ai due agenti di effettuare una ricerca accurata intorno al cadavere, raccogliendo ogni oggetto utile alle indagini. Poco prima che giungesse la Millecento della Misericordia – con i fari esterni alla carrozzeria, il muso lungo e affusolato e la tipica mascherina a persiana semiaperta – tornò Bindi trafelato in bicicletta. Era stato a telefonare al Fabbricone per avvisare del ritrovamento e aveva ricevuto il permesso dall’amministrazione di mettersi a disposizione delle autorità.
I due agenti rimasero di sasso quando dovettero restituire a Bindi il pane con il salame: gli era caduto dalla tasca posteriore del giubbotto verde da cacciatore mentre si calava nel fosso, avendo scambiato l’uomo esanime per un malcapitato da soccorrere.[/read]
Capitolo II – La zona
Dietro l’Arena Eden si trovava la pesa pubblica, zona notoriamente frequentata di sera da donne di facili costumi. Da un lato, l’Alberata e una delle poche strade asfaltate, viale Michelangelo, sempre trafficata da autotreni con rimorchio. Dall’altro, gli uffici della Safcem, il “Fabbricone”, il muro della grande fabbrica di trebbiatrici e di carri ferroviari, all’epoca con più di 1.500 dipendenti.
Procedendo per duecento metri verso il ponte della Parata, si trovavano i campi da bocce e i dancing del Fabbricone. Da lì si estendevano i campi fino al ponte, dove sorgeva la casa dei Cherici e le case popolari. Due strade sterrate si dipartivano da quel punto: via Erbosa e quella che sarebbe poi diventata via Ristoro, conducendo al “quercione”. Dopo alcuni terreni coltivati iniziava il quadrilatero delimitato dal muro di cinta del Fabbricone, che si estendeva fino al Tiro al Piccione, racchiudendo non solo la fabbrica ma anche un podere di circa 40 ettari. Il muro proseguiva fino a viale Mecenate, dove si trovava lo zuccherificio provinciale, semidistrutto dai bombardamenti.
Tornando verso Arezzo, dopo il passaggio a livello di via Trasimeno (oggi via Fallaci), si trovavano le prime rotaie che conducevano, tramite locomotiva a vapore, le carrozze all’interno della grande fabbrica. Un secondo binario correva lungo la curva di viale Michelangelo.[read more]
Il cadavere fu trasportato alla camera mortuaria dell’ospedale di Fonte Veneziana, dove un esame preliminare non rilevò ferite evidenti, ma solo piccoli ematomi da contusione, forse provocati dallo spostamento del corpo dopo la morte.
Volpicelli avviò subito le indagini, interrogando le questure e le stazioni dei carabinieri delle zone limitrofe e dell’intera regione. Scoprì così che da Poggio Bagnoli era scomparso un possidente, il cavalier Bruno Rispoli, proprietario di un piccolo podere. La moglie, Rosa Nascimbeni, ne aveva denunciato la scomparsa dopo che l’uomo non era rientrato a casa dal rosario serale presso la chiesa di Pergine.[/read]
Capitolo III – I reperti
Tutti i reperti che i due questurini avevano raccolto nel fosso di via Erbosa, nei pressi del cadavere di Bruno Rispoli, furono disposti sopra un tavolone in una stanza della questura, dietro piazza della Repubblica.
Tra gli oggetti rinvenuti c’erano due pacchetti vuoti di sigarette, uno di Alfa e uno di Nazionali, due preservativi usati, un manubrio rotto di bicicletta e un bollo auto scaduto nel 1947. Il panino con il salame, la colazione del Bindi, era stato restituito al legittimo proprietario. Inoltre, vi era anche il corpo fossilizzato di un piccione, probabilmente ferito e poi caduto tra l’erba del fosso.
Volpicelli, sempre a bordo della campagnola, si recò alla casa del Rispoli, dove lo attendeva la moglie del defunto, Rosa Nascimbeni.[read more]
La piccola casa padronale si trovava alle prime curve a destra della strada che conduceva verso Ambra. Poco più in basso, c’era la casa del contadino con due stalletti per i maiali, un’aia con un pagliaio per il fieno e un altro per la paglia, mezzo segato, a forma di torsolo di pera. Vi era anche un barile con in cima un “bombello” rosso. Questa piccola proprietà si trovava a circa 500 metri dalla colonna Leopoldina.
Arrivato sul posto, l’ispettore Edoardo fu accolto da Rosa Nascimbeni in Rispoli.
L’ingresso della casa era una piccola porta sormontata da un lucernario a mezzaluna. Attraverso un breve corridoio si accedeva a destra a un salottino, arredato con un tavolo quadrato, due poltrone e, al centro, una radio a mobiletto. L’ambiente era sobrio, privo di segni di vitalità, di vita o freschezza. Sembrava già morto, come il proprietario.
Rosa fece accomodare l’ispettore nel salottino, mentre andava a preparare un tè per lui e per il questurino che lo accompagnava.
Volpicelli notò il passo sinuoso della donna, probabilmente anche lei intorno ai quarant’anni, come il marito. In seguito apprese che Rispoli era più anziano di quattro anni rispetto a lei. Aveva capelli ricci e un seno poco pronunciato, ma il suo lato posteriore era di discreto effetto.[/read]
Capitolo IV – Il colloquio con Rosa
Quando Rosa tornò nel salottino con il vassoio del tè, Volpicelli si accorse che il seno della donna non era poi così piccolo. Piegandosi in avanti per posare il tè sul tavolo quadrato, dalla scollatura dell’abito scuro abbottonato davanti si intravedevano due belle e invitanti collinette.
Volpicelli chiese: “Quando si è recata a denunciare la scomparsa?”
Rosa rispose: “Due mattine fa, dopo una nottata insonne… Ero tornata dalla chiesa la sera prima e non lo avevo trovato in casa. L’ho aspettato per tutta la notte, poi mi sono recata in paese a denunciare la scomparsa.”
L’ispettore domandò: “Era solito assentarsi, o no?”
Rosa spiegò: “Alcune sere prendeva la sua Topolino e si recava ad Arezzo per giocare a carte presso un circolo di cui era socio, il Verdi. Ma non quella sera, visto gli abiti che indossava… almeno da quanto ho visto stamani al riconoscimento, dopo che mi hanno avvertito i carabinieri e portata ad Arezzo.” [read more]
L’ispettore le chiese: “Lei non guida?”
Rosa scosse la testa: “Non ho la patente.”
Volpicelli domandò: “Posso vedere l’auto? E mi dica, cosa andava a fare in chiesa? Non siamo mica a maggio!”
Rosa rispose: “Don Renato ci fa un corso di catechesi.”
Volpicelli incalzò: “Signora, mi dica: avete amicizie, parenti o nemici?”
Rosa sospirò: “Facciamo una vita riservata. Mio marito passava qualche serata a giocare a canasta al circolo. I nostri parenti… i genitori di Bruno sono stati tutti uccisi a Civitella dopo il rastrellamento nazista.”
Volpicelli annuì e disse: “Andiamo a vedere l’auto.”
La Nascimbeni accompagnò l’ispettore alla rimessa, un casottino in fondo al vialetto del piccolo giardino. Accanto, esposto al sole, vi era un piccolo orticello con tre o quattro cespi di insalata ancora piantati.[/read]


