La Procura Distrettuale Antimafia di Firenze ha predisposto due avvisi di conclusione delle indagini preliminari nell’ambito di due procedimenti tra loro collegati: inchiesta Calatruria e inchiesta Keu, che hanno fatto emergere, fra l’altro, una vicinanza con la ‘ndrangheta da parte degli imprenditori indagati.

L’atto precede la richiesta di rinvio a giudizio che interesserà i 12 indagati nel primo procedimento e 26 indagati nel secondo.

L’inchiesta Calatruria, con ulteriori  novità sotto il profilo delle emergenze investigative per il distretto toscano, si è conclusa con 12 indagati.

L’inchiesta Keu si conclude nei confronti di 26 indagati, tra imprenditori vicini alla ‘ndrangheta dei Gallace di Guardavalle, esponenti politici e dirigenti di enti pubblici” e di 6 persone giuridiche.

Gli accertamenti hanno consentito di far emergere, ulteriori illeciti commessi da nuovi indagati, collegati ad altre due aziende della provincia di Arezzo, attive nella gestione dei rifiuti provenienti dalle lavorazioni auro-argentifere, le quali, analogamente a quanto emerso per l’illecita gestione del rifiuto Keu, proveniente dal comparto conciario pisano, hanno fatto confluire ingenti quantitativi di scorie pericolose, presso l’impianto di Bucine, dove venivano miscelate.

L’indagine del comparto conciario e del comparto orafo, spiega la Procura distrettuale antimafia, “sono risultate connesse in quanto entrambi i flussi dei rifiuti contaminati avevano una medesima destinazione verso lo stesso impianto di produzione di materiali inerti venduti poi come materie prime”.

L’indagine, ha scoperto la consuetudine abusiva di declassificare i rifiuti pericolosi e le ceneri dei fanghi di depurazione contaminati, facendoli figurare come se fossero rifiuti recuperabili nella lavorazione di materiali inerti per l’edilizia, così da consentire un occultamento dei rifiuti più inquinanti provenienti dal comparto conciario (ceneri contaminate da elevatissime concentrazioni di cromo) e dal comparto orafo (fanghi cancerogeni ed ecotossici contaminati da arsenico, boro, selenio) e causare anche  inquinamento ambientale, i rifiuti venivano ceduti a terzi ignari che utilizzavano come materie prime nei terreni agricoli, nelle fondazioni per attività edilizie residenziali, nei ripristini ambientali, in opere infrastrutturali, come strade e aeroporti”.

La quantità di rifiuti destinati all’impianto di Lerose è di  oltre 12 mila tonnellate dal 2013 al 2020, con conseguente profitto da 2 milioni e 894 mila euro.

C’è da  fare luce se le aziende del distretto orafo Chimet e Tca fossero a conoscenza dei presunti illeciti, con uno schema analogo a quello che avrebbe caratterizzato il distretto conciario di Santa Croce sull’Arno.
Interrogativi e ipotesi ancora tutte da dimostrare, e che continuano a impegnare gli inquirenti.

La Direzione Distrettuale Antimafia fiorentina ha coordinato e svolto le indagini con l’ausilio della Dna e il supporto investigativo di più articolazioni dei Carabinieri di Firenze: Nipaaf del Gruppo Carabinieri Forestali, Comando per la Tutela Ambientale e la Transizione Ecologica (Noe), Ros sezione anticrimine, Sezione di Polizia Giudiziaria presso la Procura di Firenze.

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