Ad Arezzo è arrivato anche l’idrogeno verde. Non alla pompa sotto casa, beninteso, ma nell’impianto sperimentale realizzato da Centria nell’ambito di SmartHydroGrid. Il 27 ottobre, tra conferenza stampa e taglio del nastro, è stato presentato il progetto che prova a far dialogare elettricità, gas e sistemi di accumulo. Una faccenda seria, anche se dalle nostre parti quando si vedono tanti amministratori davanti a un nastro tricolore viene spontaneo cercare le forbici prima ancora di capire cosa si inaugura.
Partiamo dai soldi, che sono sempre un buon modo per riportare la tecnologia sulla terra: oltre 3,5 milioni di euro l’investimento complessivo, dei quali circa 2,18 milioni finanziati dal PNRR. Il progetto è stato avviato nel 2023 e si è concluso formalmente il 30 giugno 2026. Capofila Techfem, insieme a Centria del gruppo Estra, Regas, Università della Calabria e CretaES.
Ad Arezzo il sistema è chiamato Power-to-Gas. In parole povere: si usa elettricità rinnovabile per produrre idrogeno, lo si accumula e poi lo si miscela con gas naturale in un circuito sperimentale, con una quota fino al 20% in volume. La miscela alimenta due pompe di calore destinate a produrre l’acqua calda necessaria al preriscaldamento del gas presso la principale cabina REMI cittadina. L’elettrolizzatore ha una capacità nominale di 5 metri cubi di idrogeno all’ora.
Attenzione a un dettaglio: non significa che da domani nelle cucine degli aretini arriverà una miscela con il 20% di idrogeno. Il comunicato parla del circuito sperimentale di preriscaldamento. Distinzione meno spettacolare di un bel discorso dal palco, ma decisamente più utile per capire la notizia.
L’altro impianto è a Fano, nella sede di Techfem, e segue la logica Power-to-Power: l’elettricità rinnovabile in eccesso diventa idrogeno, viene conservata e, quando serve, riconvertita in corrente mediante una cella a combustibile. L’Università della Calabria ha lavorato a un dimostratore di laboratorio e agli algoritmi di gestione. C’è pure una piattaforma digitale con modelli previsionali, sensori e gemelli digitali per controllare il funzionamento dei sistemi.
Alla presentazione erano presenti il ministro Tommaso Foti e i rappresentanti dei partner industriali e scientifici. Il presidente di Estra Francesco Macrì ha richiamato la necessità di ridurre la dipendenza energetica dall’estero; Roberto Rappuoli, presidente di Centria, ha sottolineato il ruolo che le reti esistenti possono avere nella transizione. Il ministro ha auspicato che la sperimentazione possa trasformarsi in futuro in un’attività competitiva anche sul piano economico.
Ed è proprio qui che comincia la parte interessante, quella che non si risolve con un’inaugurazione. Quanto idrogeno sarà effettivamente prodotto? Quanta energia verrà consumata per ottenerlo, comprimerlo e utilizzarlo? Quale riduzione concreta del gas naturale si misurerà? E a quali costi potrebbe funzionare un’applicazione più ampia? Il materiale diffuso descrive tecnologie e obiettivi, ma non fornisce un bilancio operativo completo con questi indicatori.
Per ora, dunque, un progetto di ricerca concluso, due impianti pilota e una sperimentazione da valutare nei fatti. La tecnologia merita attenzione: conservare meglio l’energia rinnovabile è una sfida reale. Il nastro tricolore, invece, è già una tecnologia collaudatissima. Ad Arezzo funziona sempre al primo tentativo.



