Avevamo segnalato, con affetto e malizia, l’arte moderna applicata alla viabilità: l’asfaltatura “sciistica”. In via Salvadori il bitume scendeva a slalom, largo di curva, evitava l’ostacolo e poi rientrava composto, come uno sciatore timido che non vuol sporcarsi la tuta. Un capolavoro di tecnica: scivola qui, stringe là, e il bidone—pardon, l’opera—resta intatto.
Poi il colpo di scena. Ieri spostano i bidoni, oggi tornano a “mettere a posto” l’asfaltatura mancante. Forse per smentirci sul sospetto del risparmio col contagocce, ecco la sorpresa: questa volta non si bada a spese. Catrame a volontà. Talmente a volontà che, per non far torto a nessuno, incatramano pure il tombino. Elegante, definitivo, impermeabile alla critica e—soprattutto—all’acqua.
Peccato che la zona sia soggetta ad allagamenti un temporale sì e uno no. Ma magari siamo noi che non capiamo: forse il tombino chiuso è una nuova frontiera del drenaggio emotivo, l’acqua si sente esclusa e se ne va. Oppure è un’installazione concettuale: “Il flusso negato”, opera site-specific in bitume nero lucido.
Resta una domanda semplice semplice: avevano fretta? O si è scoperto all’ultimo che il materiale avanzava e non stava bene in magazzino? Perché rimettere le mani due volte sullo stesso lavoro non è proprio un affare, né per il portafoglio né per il calendario. Specie con mezza città che aspetta ancora una passata decente.
Ma niente paura: a questo ritmo, con un po’ di allenamento tra buche, bidoni e tombini sigillati, Arezzo sarà perfetta. Giusto in tempo. Una settimana prima delle prossime elezioni amministrative. Coincidenze? No, piste. Nere.




