Da qualche settimana ad Arezzo sono ufficialmente ripartite le asfaltature cittadine. Ufficialmente. Perché nella pratica sembrano più un gioco dell’oca che un piano lavori: due passi avanti, uno di lato, uno indietro e possibilmente intorno a un bidone.
La città si rifà il trucco a macchia di leopardo, ma il leopardo – si sa – non guarda dove mette le zampe. Così succede che dove le buche sono diventate voragini degne del catasto geologico, non si vede neanche l’ombra di un camion di bitume. Dove invece l’asfalto era già più che dignitoso, zac!, arriva la colata miracolosa.
L’esempio più clamoroso? La collina di San Fabiano: strada liscia come un biliardo, roba che se ci tiri una boccia non si ferma più. Evidentemente lì l’asfalto soffriva di solitudine e andava consolato.
Nel frattempo, altrove si sperimenta l’arte moderna applicata alla viabilità. In via Salvadori va in scena l’asfaltatura “sciistica”, qui si allenano i campioni per Cortina 2026. La foto parla chiaro: il bitume gira largo, evita l’ostacolo, poi rientra, come se avesse paura di sporcarsi.
Chissà: avevano fretta?
Oppure si voleva risparmiare sul materiale, stendendo l’asfalto col contagocce?
O magari è un nuovo metodo sperimentale: “asfalto emozionale”, che ti tiene sveglio mentre guidi.
Di una cosa siamo certi: la pianificazione resta un mistero degno di X-Files. Per ora ad Arezzo non si guida, si improvvisa. E tra buche che crescono e strade rifatte per sport, l’unica certezza è che il cittadino deve stare attento: non tanto alle buche, ma a dove finirà il prossimo bidone.









