Al Comune di Arezzo il silenzio non è più d’oro: è diventato istituzionale. Altro che sala consiliare, qui sembra d’esser finiti in una biblioteca tibetana durante il voto di clausura. A rompere l’incantesimo ci prova il consigliere comunale Michele Menchetti, che però parla da solo. Dall’altra parte, Comune di Arezzo ascolta… ma solo col pensiero.
Interrogazioni depositate e mai risposte. Richieste di accesso agli atti rimaste lì, a stagionare come il vino cattivo. Persino una proposta di delibera consiliare finita, pare, nel fondo di un cassetto: non quello delle buone idee, ma quello dove finiscono le cose che “poi si vedrà”. E il “poi”, a quanto pare, è un concetto molto elastico: due anni, per esempio.
L’elenco delle domande senza eco è lungo quanto una potatura fatta male. Si va dagli abbattimenti e dalle nuove piantumazioni degli alberi comunali (che forse rispondono più loro del Comune), allo stato di abbandono degli immobili pubblici, passando per il parco dell’anfiteatro, il destino dell’archivio comunale in cerca di casa, le buche di via Generale Da Bormida, un’ex pizzeria a San Zeno, piazza Saione, la Fondazione Guido d’Arezzo e perfino i ricorsi dei dipendenti comunali. Insomma, manca solo la domanda sul Santo Graal e il quadro è completo.
E allora Menchetti chiede: perché l’amministrazione non batte un colpo? Perché questo silenzio “assordante”? È mancanza di rispetto verso un consigliere comunale che fa il suo mestiere? È distrazione cronica? Superficialità? O, più semplicemente, il contenuto di certe domande dà noia come una sveglia alle sette del mattino?
Nel frattempo, da sindaco e giunta tutto tace. Ma tace forte. Così forte che si sente fino in fondo all’aula. E mentre le domande si accumulano, ad Arezzo si rischia di inaugurare una nuova tradizione: il Consiglio comunale per corrispondenza… senza risposta.









