Eccoci di nuovo. Come l’influenza a novembre, le zanzare ad agosto o la bufala del pesce d’aprile dello scorso anno, torna ciclicamente la grande idea geniale: mettiamo le targhe alle biciclette!
Applausi. Sipario. Fine dell’illusione.
Ogni tot anni qualcuno rispolvera questa proposta convinto di aver trovato la bacchetta magica per rendere le strade più sicure. Peccato che non funzioni da nessuna parte. Nessuna. Zero. Nada.
L’ultima a mollare il colpo è stata la Svizzera nel 2011, dopo aver constatato che le targhe sulle bici servivano più o meno quanto un ombrellino nel diluvio.
E infatti: Germania, Olanda, Danimarca – mica paesini improvvisati – non le hanno mai volute. Ma vuoi vedere che se tutti quelli che vanno forte in bici ci sono arrivati prima di noi?
Chi difende la targa promette ordine, rispetto delle regole e sicurezza. Peccato che le auto siano targate da oltre cent’anni e le infrazioni continuino a piovere come grandine.
La targa non educa, punisce dopo, quando il botto è già successo. E spesso nemmeno quello.
Nel frattempo però si fa finta di non vedere l’elefante nella stanza: il vero pericolo sulle strade non sono le bici, ma i veicoli a motore, per peso, velocità e distrazione.
Ma è molto più comodo prendersela con chi pedala che mettere mano a limiti, controlli seri e infrastrutture decenti.
E poi c’è la parte più gustosa: la burocrazia all’italiana.
Registro nazionale delle bici, passaggi di proprietà, pratiche, costi, magari bollino, revisione e santo patrono del telaio. Tutto questo per mezzi che spesso costano meno di uno smartphone. Geniale davvero.
Il bello è che le alternative esistono già: marcature semplici, registri volontari, numeri di telaio, prevenzione dei furti. Ma no, meglio l’ennesima norma inutile, così possiamo dire di “aver fatto qualcosa”.
La verità è semplice e pure scomoda: la sicurezza si fa con educazione e infrastrutture, non con le targhette di plastica.
Piste ciclabili protette, incroci pensati bene, parcheggi sicuri, cultura della strada. È così che i Paesi civili riducono incidenti e conflitti, non scaricando colpe su chi pedala.
Un po’ di chiarezza
Sintetizziamo, ché qui il fumo è tanto ma l’arrosto scarseggia.
Le targhe alle bici normali NON esistono. Punto. Il Codice della Strada non le prevede per biciclette muscolari né per le e-bike standard (assistenza fino a 25 km/h, senza acceleratore). Tutto il resto è chiacchiera buona per i talk show.
Quando invece la targa serve davvero?
Quando la bici non è più una bici.
Se l’e-bike supera i 25 km/h o ha acceleratore, diventa a tutti gli effetti un ciclomotore:
- Targa gialla
- Assicurazione
- Casco omologato
- Patentino (AM o superiore)
- Immatricolazione presso Polizia Locale o enti preposti
Qui sì, la targa ha senso. Perché parliamo di un mezzo a motore, non di pedali e sudore.
E le famose “targature” comunali?
Altro equivoco colossale. In alcuni Comuni (tipo Rovereto o Pandino) esiste la punzonatura volontaria: un codice inciso sul telaio per scoraggiare i furti.
Non è una targa stradale, non serve per fare multe, non obbliga nessuno. È solo prevenzione, fatta con il cervello.
In conclusione:
- Bici normali → niente targa, solo (eventuale) registrazione volontaria antifurto
- E-bike potenziate → sono ciclomotori, quindi sì a targa e obblighi
- Sicurezza stradale → si fa con infrastrutture, educazione e controlli seri, non con una placchetta di metallo
Ora la domanda, quella vera:
vogliamo meno incidenti o solo l’ennesima norma per dare la colpa a chi pedala?
Dite la vostra: targa alle bici sì o no? Soluzione o distrazione di massa?
Parola ai lettori (e pedalate tranquille).



