Notte fonda, silenzio sacro e… clang! Sparisce il rame. Al cimitero di Tegoleto qualcuno s’è portato via grondaie e arredi funebri come se fossero cocomeri maturi. La denuncia l’ha fatta l’amministrazione comunale, mentre i carabinieri di Badia al Pino frugano tra le tombe cercando tracce, impronte e magari anche un po’ di rispetto, se lo trovano.
Il bottino è di quelli che non fanno ricchi ma fanno rabbia: rame strappato, decoro calpestato e quel senso di “ma dove s’è arrivati?”. Il camposanto saccheggiato: manco i defunti si salvano più. E intanto il paese borbotta, perché qui la pazienza è finita da un pezzo.
Sui social è partito il bar sport del malumore, con commenti che vanno dal sarcasmo amaro al rosario di improperi. C’è chi chiede “una didascalia” (come se servisse), chi spera che i soldi finiscano “in farmacia”, chi spara proverbi antichi come sentenze, chi urla allo schifo e chi corregge pure il nome del paese: Tegoleto, non Telegoleto!
La rabbia ribolle, le tastiere fumano, e qualcuno invoca soluzioni drastiche che è meglio lasciar stare. Perché se il rame luccica, la testa a volte no.
Il fatto resta: rubare ai morti per rivendere il rame è roba che fa voltare lo stomaco. Qui non è questione di ideologie, ma di decenza minima sindacale. Le indagini vanno avanti; intanto al cimitero restano i segni del passaggio e un silenzio ancora più pesante.
Morale dell’Ortica: quando si ruba ai morti, vuol dire che la misura è colma e il cervello è rimasto a secco. E il rame, per quanto renda, non ripaga la vergogna.












