Capitolo 7 – La marea della luce
Dal fondo del tunnel qualcosa si mosse.
Una massa d’acqua… o un’ombra?
O entrambe.
Un’onda luminosa avanzò verso di loro, lenta, enorme.
Le pareti si accesero.
Il pavimento pulsò.
La volta tremò come se stesse per aprirsi.
Ricci si voltò verso Serena.
I suoi occhi non erano più i suoi.
Non completamente.
«Serena… vieni via…» sussurrò.
«Oppure entra. Ma decidi adesso.»
L’onda arrivò.
Calderoni sollevò la pietra.
Il tunnel si spalancò come una pupilla che si dilata.
Serena fece un passo indietro.
Poi uno avanti.
La luce esplose.
E la città trattenne il respiro.
Un anno dopo
Dicembre, di nuovo.
La Città del Natale era tornata ad Arezzo, più grande, più luminosa.
Nuove attrazioni, nuove bancarelle, musica in ogni piazza.
La gente diceva che fosse la stagione più splendida di sempre.
Nessuno ricordava più il crollo del Padiglione degli Specchi.
Solo un vuoto, recintato da impalcature e cartelli: “Lavori di restauro in corso.”
Serena Betti era tornata da poco.
Viveva ora in una mansarda in via Garibaldi, lontana dal centro, dove la luce delle luminarie arrivava solo come un riflesso sfocato.
Aveva giurato a se stessa di non cercare più.
Aveva accettato che la città fosse più antica dei suoi segreti e più abile nel custodirli.
Eppure, ogni sera, trovava una scusa per scendere in piazza.
Guardava la folla, i bambini che ridevano, le luci che si specchiavano sulle vetrine.
Tutto sembrava innocente, perfetto.
Ma dentro di sé, sentiva ancora quel respiro.
Una sera, camminando lungo Via Albergotti, si fermò davanti a una vetrina.
Il negozio di cornici aveva esposto un nuovo oggetto: una pietra nera montata in un supporto di vetro, con una targhetta dorata.
“Frammento del Padiglione degli Specchi: Rinvenuto durante i lavori di restauro, dicembre 2024.”
Serena si avvicinò.
La pietra era identica a quella che aveva visto un anno prima, ma qualcosa la fece rabbrividire: al centro dell’occhio inciso, ora la pupilla era diversa.
Non un punto fisso, ma un piccolo foro, perfettamente rotondo, come una lente.
Dal marciapiede opposto, qualcuno la stava osservando.
Un uomo, cappotto scuro, sciarpa alta sul volto.
Quando lei si voltò, lui fece un cenno appena visibile con la testa, poi sparì tra la folla.
Serena restò a guardare la pietra.
Dalla strada, le luci natalizie si riflettevano sul vetro della vetrina.
Per un istante, la superficie si illuminò tutta, e la pupilla della pietra si mosse, come se seguisse il suo sguardo.
Poi la luce cambiò, e tutto tornò immobile.
Più tardi, a casa, seduta davanti alla finestra, aprì il quaderno di appunti di Lucia Caselli.
Sull’ultima pagina, una frase sottolineata due volte:
“Le maree non finiscono. Cambiano forma.”
Fuori, le campane del Duomo segnarono la mezzanotte.
Dal colle della Fortezza, un fascio di luce si alzò per l’inaugurazione del nuovo progetto natalizio.
Il riflesso attraversò la città, scivolò sulle vie, toccò la vetrina del negozio di cornici e, per un solo istante, illuminò la pupilla della pietra nera.
Un bagliore sottile, appena percettibile, corse lungo i muri, risalì le targhe e sparì verso nord, come un’onda invisibile diretta al lago.
Serena lo vide e sorrise, senza paura.
Perché capì che il respiro era tornato.
E che quella non era una fine.
Era solo l’inizio della seconda marea.




