Qualche anno fa mi trovavo a sciare a Plan de Corones (“Kronoplatz”), invitato all’incoronazione della principessa Dolasilla, figlia dell’antico sovrano ladino. Ero vestito con abiti tirolesi: pantaloni corti, giacca e la classica pannuccina, e anche se indossavo calze di lana caprina che mi arrivavano fino al ginocchio, sentivo un freddo pungente. Dopo la cerimonia mi rifugiai in una baita poco sotto la vetta, dove incontrai una donna bellissima.
Indossava una tuta da sci bianca aderente che valorizzava le sue sinuose curve, e i suoi scarponi, anch’essi bianchi, le davano un’eleganza slanciata. Appena mi vide vestito in quel modo, scoppiò a ridere, togliendosi il casco: i suoi capelli neri si posarono sulle spalle e poi si raccolsero dietro. I suoi occhi, azzurri come il cielo al tramonto e profondi come l’acqua di un fondale montano, risaltavano sulla carnagione leggermente abbronzata dal sole di montagna.
Per scusarsi del suo gesto, mi offrì una grappa ai frutti di bosco che mi riscaldò dal freddo della cerimonia. Poi, confidenzialmente, cominciò a raccontarmi la sua storia. All’inizio pensai che volesse solo scherzare, ma ben presto il racconto prese una piega tragica.
Era Margherita di Tures, giovane insegnante di snowboard appena diciottenne. Al suo matrimonio, con un giovane di ceto inferiore, era stata resa vedova da una freccia scagliata da un suo parente, poiché tutta la famiglia, proprietaria del castello sopra Campi di Tures (raggiungibile dopo un sentiero che si inerpica fino a 957 metri di altitudine), si opponeva al matrimonio. Per sette anni pianse la perdita del suo amore, fino a che decise di gettarsi dalla torre.
Dopo un po’ di convenevoli, decidemmo di scendere verso Riscone. Usciti all’aperto, iniziò una fitta nevicata, sottile come farina e intensa come le foglie del bosso. Riuscii a seguirla solo per un tratto, poi scomparve alla mia vista: non sciava, sembrava danzare tra le nuvole, svanendo nel nulla.
