Asporto, quando una brutta parola è sulla bocca di tutti

Com’era bella la vita prima della rivoluzione digitale, quando si usavano parole belle, armoniose e di stampo letterario, senza questa ossessione contemporanea alla pseudo-sintesi e alla brevità che vorrebbe scimmiottare il mondo anglosassone, ma in realtà mostra solo povertà e tristezza.

Allora, mi sapete indicare un verbo più angosciante di “asportare”?
Solo a sentirlo, vengono subito in mente pezzi anatomici, malattie dermatologiche, e molto molto peggio.

Bene, noi italiani (“Le genti del bel paese là dove ‘l sì suona”), sempre così rispettosi della nostra bella lingua, abbiamo preso la palla al balzo e, da almeno trent’anni, cominciato ad usare il termine “asporto” legandolo al cibo, al vino, ai prodotti alimentari, eccetera.

“Pizza da asporto, gelato da asporto, coniglio in porchetta da asporto…”. Cazzarola, che classe!

Già il tutto era piuttosto inquietante (coi rapinatori pronti ad urlare: “Fermi tutti, questo è un asporto!”), ma nessuno poteva ancora immaginare cosa sarebbe accaduto con l’avvento del Covid.
Così, proprio in questi giorni, stiamo assistendo impotenti all’apoteosi del verbo e della parola.

L’aperitivo non possiamo farlo (giustamente, ci mancherebbe altro), al ristorante non possiamo andare, la colazione col cornetto per l’amor di Dio… Però possiamo “asportare” qualunque cosa e da qualunque luogo: almeno così ci è sembrato di capire interpretando le indispensabili normative anti-Covid.
Qualcuno più intraprendente, per esempio, consiglia l’espresso freddo shakerato, dopo una corsa olimpionica di almeno 500 metri.

Qualche doverosa richiesta di precisazione ci viene dai nostri lettori:
“Posso asportare un piccione del Comune e farlo al tegame”,
oppure: “Se incontro casualmente una signorina di strada che casualmente si trova in minigonna senza mutande presso qualche ameno distributore di benzina nell’hinterlad aretino (di buio, supponiamo noi), previa autocertificazione, posso asportarla con la mia utilitaria,
oppure per legge debbo infrascarla in qualche macchione (che sia a debita distanza in metri lineari, aggiungiamo noi)?”.

E ancora: “Con rispetto parlando, mi sono trovato un bruciòlo in un gluteo: posso asportarlo durante il coprifuoco?”.

Altri sono più analitici: “In autobus ho beccato uno che mi asportava il portafoglio dai pantaloni.
Posso carcarlo de botte, sempre indossando la mascherina?”.

Insomma, tutti quesiti legittimi a cui non è facile offrire una risposta esaustiva.

Ci vorrebbero aretini davvero carismatici per illuminarci, vista la nostra poca credenza in qualsivoglia dogma.

Voi avete in mente un nome o due?

 

Francesco Maria Rossi
Giornalista, scrittore, asparagista, Francesco Maria Rossi trova nell'eclettismo la sua più sincera identità. Appassionato di costume e gossip strapaesano, ha scritto con Giovanni Raspini il galateo L'eleganza del rospo (Cairo). Nel 2017 viene inserito come performer nel catalogo del Museo della Follia / Da Goya a Maradona, a cura di Vittorio Sgarbi. Ha promosso Il museo del kitsch, trash and camp e il Museo di Se Stesso. E' convinto che ogni atto mancato sia un discorso riuscito.

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