Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare i dibattiti che animano la città. Non per distribuire patenti di ragione, impresa ormai riservata agli utenti con la foto del tramonto come immagine del profilo, ma per raccontare come un problema concreto riesca a trasformarsi in pochi minuti in un referendum sull’intera umanità.
Questa volta è toccato a Campo di Marte.
Una fotografia mostra una persona distesa sull’erba, poco distante dall’area giochi frequentata da bambini e famiglie. L’autrice del post solleva un problema di decoro e di utilizzo degli spazi pubblici, sostenendo che l’inclusione non possa significare abbandonare ogni regola.
Un tema legittimo: un parco pubblico deve essere pulito, sicuro e fruibile da tutti. Chi dorme all’aperto, inoltre, probabilmente non lo fa perché ha letto una recensione entusiasta su Booking.
Poi, naturalmente, sono arrivati i commenti.
Nel giro di pochi interventi la persona fotografata è diventata immigrata, irregolare, spacciatrice e simbolo del fallimento dell’Occidente. Tutto dedotto da una sagoma distesa sull’erba. Sherlock Holmes, al confronto, chiedeva almeno di vedere le impronte.
C’è chi parla delle «grandi risorse», chi propone di mandarli tutti «a casa loro» e chi sostiene che il parco sia ormai diventato «casa loro», con gli aretini trasformati in ospiti indesiderati nella propria città. Un utente arriva direttamente alla soluzione logistica definitiva: «vanno buttati fuori». Dove, come e sulla base di quali accertamenti resta un dettaglio burocratico, quella fastidiosa invenzione chiamata Stato di diritto.
Qualcuno prova a riportare la discussione su un terreno più pratico, suggerendo di segnalare eventuali giacigli alla Polizia Municipale e a Sei Toscana. Una soluzione quasi rivoluzionaria: informare chi dovrebbe intervenire invece di organizzare un’espulsione collettiva dalla tastiera.
Altri segnalano situazioni simili in via Leoni e in via Veneto, con materassi, lenzuola e persone che trascorrerebbero la notte negli spazi pubblici. Segnalazioni che, quando circostanziate, meritano verifiche e risposte. Perché il degrado non scompare né insultandolo né facendo finta che non esista.
Non manca il capitolo politico. Un commentatore invita a lamentarsi con il sindaco, ricordando che è di destra. Immediatamente parte la consueta disputa tra schieramenti, una tradizione aretina seconda soltanto al parcheggiare dove capita per andare a prendere il caffè.
C’è chi ricorda che quarant’anni fa i vigili passavano nei parchi e facevano rispettare le regole, chi sostiene che «fanno tutti schifo» e chi propone di trasformare Campo di Marte in un parcheggio per la sosta veloce. Perché quando manca una soluzione, ad Arezzo spunta sempre qualcuno con un’idea per mettere altre automobili.
Il dibattito raggiunge il suo momento più delicato quando alcuni utenti accusano genericamente le persone presenti nel parco di spacciare droga. Nel post, però, non sono riportati interventi delle forze dell’ordine, sequestri o denunce che confermino tali affermazioni. Una fotografia può documentare una situazione di disagio o un uso improprio dello spazio pubblico, ma non può certificare nazionalità, posizione giuridica e curriculum criminale dei soggetti ritratti.
Un commentatore tenta di ricordare che droga e degrado esistevano anche decenni fa, citando il campino di via Arno e piazza Sant’Agostino. La memoria storica, però, nei dibattiti social ha la stessa durata media di una storia su Instagram: ventiquattr’ore, quando va bene.
Alla fine resta il problema iniziale, sepolto sotto una montagna di invettive.
Campo di Marte è un parco pubblico e deve poter essere utilizzato in sicurezza da bambini, famiglie, anziani e cittadini. Se ci sono persone che vi dormono stabilmente, servono controlli, interventi sociali e risposte amministrative. Se ci sono reati, servono accertamenti e forze dell’ordine. Se ci sono rifiuti, vanno rimossi.
Quello che non serve è trasformare ogni coperta stesa sull’erba in una prova fotografica dell’invasione.
Perché tra il negare il degrado e chiedere deportazioni di massa esisterebbe anche una terza possibilità: far funzionare la città. Ma sui social prende pochi “mi piace” e richiede perfino di alzarsi dalla sedia.


