Partiamo sempre dai documenti. Il resto è il nostro modo di leggerli
Pare che l’aria, in Italia, sia un filino meno puzzolente del solito. Lo dice Legambiente, mica il briaco al bar, nel solenne rapporto Mal’Aria di città 2026. Insomma: si respira meglio… ma solo se non si fanno respiri troppo profondi.
La Toscana, e quindianche Arezzo (che non vuol mai restare indietro, né nel bene né nel male), se la cava meglio del Nord Italia, dove tra smog e nebbia pare d’essere dentro una zuppa di cipolle. Però — e qui casca l’asino — siamo ancora parecchio lontani da quei bei numerini profumati che l’Europa vorrebbe per il 2030.
La nostra Arezzo, nel quadro generale, fa la parte della studentessa diligente ma che copia ancora un po’:
- PM10: nei limiti di legge italiani. Brava. Però occhio, perché tra stufe a legna, macchine che girano anche per andare a comprare il giornale e un po’ d’industria, basta poco per rifare casino.
- PM2.5 (le polverine bastarde, quelle che entrano dappertutto): qui la faccenda si fa seria. È la vera spina nel fianco e va tenuta sott’occhio, se no nel 2030 si piglia la nota sul registro.
In soldoni: Arezzo respira, ma ancora col fazzoletto davanti alla bocca.
A livello nazionale il 2025 ha portato una buona notizia: solo 13 capoluoghi hanno sforato i limiti giornalieri di PM10. Palermo s’è presa la maglia nera, Milano segue a ruota, poi Napoli e compagnia cantante. Noi aretini, per una volta, guardiamo da lontano senza finire sul podio degli smoghisti.
Ma guai a cantare vittoria: se i limiti europei del 2030 fossero già in vigore, più della metà delle città italiane sarebbe fuorilegge. E infatti Bruxelles ha già iniziato a storcere il naso e a mandare cartellini gialli.
L’aria migliora, sì. Arezzo non è messa male, anzi. Ma tra riscaldamenti a biomassa, traffico e cattive abitudini, siamo ancora lontani dall’aria di montagna promessa dall’Unione Europea.
Come direbbel’Ortica:
“S’è fatto passi avanti… ma l’aria bona bona, per ora, è rimasta a fare la fila.”

