Succede che in A1 si spara, uno scappa, uno si piglia una pallottola nella spalla e finisce in ospedale. Fin qui cronaca.
Poi però arriva Facebook, e lì non c’è pattuglia che tenga.
Sotto il post della sparatoria notturna, il tribunale popolare apre le udienze in modalità bar sport armato: niente avvocati, niente codice penale, solo CAPS LOCK e sete di piombo.
La linea è chiara:
– “Peccato sia solo ferito”
– “Mirate 20 cm più su”
– “La testa è un po’ più in alto”
– “Meno male iniziano a usare il piombo”
Altro che CSI: qui siamo a Tiro a Segno Social, con esperti balistici formatisi tra un caffè corretto e la terza media presa per sfinimento.
C’è chi si dispiace non per il ferito, ma per il ticket sanitario:
“Ora tocca pure curarlo”, come se l’ospedale fosse un resort per ladri e la sanità pubblica un bancomat da rapina.
Poi c’è il filone “poveri poliziotti”: non per lo stress, non per il rischio, ma perché “ora li indagano”.
L’agente non ha sparato: ha firmato una rogatoria per la galera preventiva, secondo la scienza giuridica di Facebook.
Non manca il ramo genealogico:
“Andate a prendere anche i familiari”, che si sa, il DNA del furto passa col battesimo.
E mentre qualcuno urla “mano libera alle forze dell’ordine”, qualcun altro suggerisce mitragliatrici, poligoni obbligatori e premi fedeltà: dieci inseguimenti, una carnagione in omaggio.
In mezzo, poche voci spaesate che chiedono:
“Ma che succede ad Arezzo?”
Domanda ingenua. Succede che la rabbia corre più veloce delle auto in fuga, e sui social non frena mai.
Morale Ortica:
Il ladro è ferito, l’agente è sotto indagine, la giustizia farà il suo corso.
Ma la tastiera italiana resta armata, carica, col colpo in canna e la convinzione granitica che la legge sia una cosa bellissima… purché spari.
Fine delle comunicazioni.
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