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Class 125, settant’anni di balli e poi: “ci prendiamo una pausa”. Traduzione: s’è chiuso davvero

Commenti ai fatti
Tra nostalgia, polemiche e paura per la sicurezza, la chiusura del locale storico divide Arezzo e accende il dibattito sulla notte in città

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Ad Arezzo succede anche questo: vai a pranzo tranquillo, pensi “stasera si fa due salti al Class”, e invece no. Alle due del pomeriggio ti arriva la notizia secca come un gin senza ghiaccio: il Class 125 ha chiuso. Fine. Sipario. Musica spenta. E manco il tempo di salutare il buttafuori.

Settanta anni di storia buttati giù con un post. Due righe, tono mesto, cuore spezzato: “Con grande dispiacere ci prendiamo una pausa”.
Ora, ad Arezzo quando uno dice “pausa” di solito riapre dopo il caffè. Qui invece la pausa pare quella definitiva, tipo riposino eterno.

Il locale più vecchio del centro storico, quello dove “c’ero anch’io” lo dicevano tutti – dai ventenni ai settantenni – è stato chiuso di botto. Doveva aprire, la gente era pronta, qualcuno già profumato, qualcuno già storto. Poi niente. Serrande giù e tutti a casa, col trucco e i ricordi.

Dietro la chiusura, raccontano, non c’è né il malocchio né la jella, ma la solita roba terrena che fa più paura dei fantasmi: controlli a raffica, Finanza col fiato sul collo, Prefettura col taccuino in mano e un elenco che pare la lista della spesa… ma dell’inferno.

Si parla di sicurezza antincendio presa un po’ alla leggera, di gente che entrava quando il locale era già pieno come un autobus all’ora di punta, di uscite che dovevano far defluire e invece facevano solo imprecare. In mezzo pure droga trovata dentro, giovani pizzicati con le tasche piene di più roba del portafoglio, e come contorno risse fuori dal locale a serata finita, giusto per non farsi mancare nulla.

E quando arrivano le divise per fare i controlli, pare che la collaborazione non fosse sempre da “prego si accomodi”. Insomma, un quadro che più che una discoteca sembra una puntata lunga di Chi l’ha visto?.

Il Class non era solo una discoteca. Era un rito. Se non ci avevi ballato almeno una volta, ad Arezzo eri considerato forestiero. Lì dentro s’è visto di tutto: amori nati sotto la cassa, amicizie finite al guardaroba, DJ leggendari e serate che duravano più delle promesse elettorali. Un pezzo di città, non un semplice locale.

Negli ultimi tempi però l’aria s’era fatta pesante. Controlli continui, gestione complicata, conti da spiegare, normative che cambiano più spesso delle playlist. Ci s’è messo pure uno spray urticante, un’evacuazione, altra tensione. Insomma, un clima da “ma chi ce lo fa fare”.

E infatti la frase chiave è uscita: “Siamo stanchi, non possiamo più andare avanti”. Tradotto dal politicamente corretto all’ortichese: “basta così, la festa è finita”.

La città reagisce come sempre: c’è chi piange, chi fa il filosofo, chi dice “era ora”, chi “ai miei tempi sì che si ballava”. Tutti però con la stessa sensazione: qualcosa s’è rotto. Perché quando chiude un posto così, non chiude solo una porta, si spegne un pezzo di notte.

E ora? Boh. Forse niente, forse un fondo vuoto con scritto “prossima apertura” per i prossimi dieci anni. Forse un altro locale, forse no.
Una cosa però è certa: il Class 125 non era solo un nome. Era un’esperienza. E certe esperienze, anche quando finiscono, continuano a far rumore. Anche senza musica.

Sulla chiusura del Class 125 s’è scatenato il solito mercato del lunedì: tutti a dire la loro, tutti col ditino alzato e la verità in tasca (degli altri).

C’è quello che parte secco:
Sottoterra ci si va da morti”.
Fine del dibattito. Grazie, arrivederci. Pare di sentire la nonna quando ti diceva di non uscre col freddo che “ti pigli la morte”.

Poi arrivano i nostalgici, quelli col nodo alla gola:
“Locale storico, generazioni cresciute lì dentro, un pezzo di Arezzo che se ne va”.
E c’hanno pure ragione. Perché lì dentro non si ballava soltanto: si cresceva male, ma si cresceva. Roba che oggi manco su Netflix.

Subito dopo scatta il reparto “sicurezza prima di tutto”:
“Meglio chiusi che una strage”,
“Non si può aspettare Crans Montana”,
“Le coscienze dove sono finite?”.
E lì che fai, gli dici di no? Nessuno vuole diventare il prossimo servizio del TG delle otto con la musichetta triste.

Poi però la discussione deraglia, come sempre.
Spunta il capitolo “tutto in regola / niente in regola / ma che ne sapete voi”.
C’è chi urla che era tutto a posto, chi risponde “se era a posto era aperto”, chi parla di locali clandestini, chi di pseudo-giornalisti, chi di segreti di Pulcinella che però guai a dirli ad alta voce. Insomma: una rissa verbale degna delle tre di notte, ma senza musica.

In mezzo a tutto questo qualcuno butta lì la domanda più semplice e più vera:
E ora i ragazzi dove vanno?
Silenzio.
Perché qui si chiude facile, ma aprire qualcosa di sicuro, a norma e che non sembri un reparto IKEA, non lo fa nessuno.

Alla fine dei commenti c’è tutto il campionario aretino:
chi gode, chi piange, chi pontifica, chi accusa, chi si ricorda “ai miei tempi”, chi ha paura, chi è stanco davvero.

Una cosa però è chiara:
il Class 125 non ha chiuso solo una porta.
Ha acceso una discussione che covava da anni.
E come sempre ad Arezzo si fa così: prima si chiude, poi si discute.
Ballando? No.
Scrivendo commenti.

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Gino Perticai
Gino Perticai
Dal 1973 nel mondo della comunicazione, una breve esperienza Milanese con A.P.C. agenzia di Marketing, con l’avvento delle prime radio in Fm inizia una serie di esperienze nelle radio locali: Radio Torre Petrarca, Radio OK, Golden Radio, Radio Life,  fino al 1998 momento in cui l’innata curiosità e la voglia di sperimentare novità lo portano a maturare il primo interesse sul world wide web. E' da lì che nel 2000 nasce l’idea delle prime testate regionali on line. Fonda Arezzo Notizie e la dirige fino al Giugno 2016. l'Ortica è la sua nuova scommessa.
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