Altro che saldi invernali: sabato 10 gennaio si riaccende l’Anno Giostresco 2026 e Arezzo, ligia alla tradizione come solo lei sa fare, torna a fare quello che le riesce meglio da sette secoli: sfilare, suonare, sbandierare e offrire ceri grossi come mutui al Beato Gregorio X.
Alle 18 in punto, mentre il resto del mondo cerca parcheggio, Musici e Sbandieratori si esibiranno in piazza San Jacopo con il consueto fragore medievale, tanto per far capire che qui il Medioevo non è mai finito, s’è solo rifatto il costume. Subito dopo, alle 18.25, via al corteo: quartieri, Signa Arretii, tamburi, vessilli e passi solenni, tutti in fila ordinata da Corso Italia fino al Palazzo Comunale, perché la tradizione è sacra ma anche l’itinerario va rispettato.
Alle 18.45, in Piazza della Libertà, ecco l’ingresso delle autorità: il consigliere Paolo Bertini, l’Araldo, la Magistratura della Giostra e il resto della compagnia, pronti a entrare in Cattedrale per l’apoteosi cerosa delle 19. Qui i rettori dei quartieri offriranno ciascuno il proprio cero votivo, quest’anno impreziosito dall’artista senese Rita Rossella Ciani, perché anche l’occhio vuole la sua parte, pure quando si parla di devozione.
Non manca il cuore grande: come da copione, i quartieri doneranno anche una somma destinata al Caritas Baby Hospital di Betlemme, così Arezzo dimostra che sa essere generosa oltre che rumorosamente storica.
Il tutto sotto l’egida dei 750 anni dalla morte di Gregorio X, nato a Piacenza nel 1210, papa per caso (dopo tre anni di conclave infinito), incontratore di Marco Polo in Terrasanta e morto proprio ad Arezzo il 10 gennaio 1276, lasciando pure i soldi per rifarsi la Cattedrale. Uno che passava di qui, s’è fermato… e non se n’è più andato.
Insomma, tra messa celebrata dal vescovo Andrea, ceri monumentali e processioni millimetriche, Arezzo ribadisce al mondo che la modernità va bene, ma prima fate passare il corteo. E poi spegnete il cellulare: che c’è la cerimonia.







