Il musicista, stanco del tempo in cui viveva, si rifiutò un giorno di suonare il suo strumento musicale.
“Non va più bene. Non s’intona. È falso!”
Era un esperto di musica rinascimentale e barocca e, sebbene tra i suoi buoni amici ci fossero partiture di Vivaldi, Bach e Handel, il suo strumento era uno tra i più semplici per eccellenza: il flauto dolce. Ne aveva una stanza piena, per taglie, dimensioni, materiali utilizzati, timbri e colori. Avrebbe potuto suonare per anni senza mai annoiarsi. Ma il tempo in cui viveva lo aveva messo con le spalle al muro.
“Non posso più suonarlo. Il flauto dolce è troppo zuccherato. Quasi stucchevole”.
Prese questa risoluzione una mattina, sul presto, seduto al tavolino del bar sotto casa, leggendo il quotidiano, come sempre faceva di fronte ad una buona tazza di caffè lungo. E siccome era un uomo pratico, abituato a suonare con maestria uno strumento genuino, di solo legno e fori, con poche chiavi, solo se essenziali, altrettanto pratica fu la risposta che formulò: “Costruirò per me il flauto amaro”.
Quel giorno, liberatosi dai tanti flauti dolci, allestì una stanza della sua non grande abitazione per dare un suono al tempo in cui viveva. Vi passò dentro non meno di un mese. Quando tornò alle sale da concerto era un uomo diverso.
“Servono suoni aspri, cattivi, pungenti. Tonalità false, ambigue, ammiccanti. Salti imperfetti. Scale sconnesse. I gravi maestosi. Gli acuti imperiosi. I medi frustrati. Il timbro ricco, opulente. Tagliato per un solo accordo sulla dominante”.
Il flauto amaro fu una rivoluzione musicale per il tempo in cui viveva. E lui ne fu il maestro. Era da suonarsi con rabbia, con forza, con urla e sputi. Graffiava le note. Sottometteva le melodie. Terrorizzava qualsiasi accordo. Fu vietato per ogni ordine di scuola fino alla maggiore età.
Per il flauto amaro sono oggi scritte le più importanti partiture. Non vi è dittatore che non vi si applichi. E le democrazie ne tessono gli elogi. Fu lo strumento del tempo in cui viveva.

