QUANDO CRESCE IL BUDGET… E CALA LA GENTE (E L’ODOR DI BRUCIATICCIO)
di Mauro Valenti – editore, presidente FAWI e rompiscatole istituzionale non richiesto ma necessario
Oh citti, eccovi servito il “giallo” dell’anno, quello del Bando di Capodanno: roba che nemmeno la Signora in Giallo riuscirebbe a sbrogliare senza un paio di Negroni e un consulto con l’astrologa.
Perché anche quest’anno, tra bandi last minute, budget cresciuto come il panettone col lievito madre, e partecipanti evaporati tipo nebbia di novembre, la domanda vien giù da sé: “Ma ‘ndo cavolo se vòl vire?”
NOTA PER I LETTORI:
L’intervista vera, civile, educata e senza bestemmie nemmeno metaforiche, uscirà sul prossimo numero di PiazzaGrande.
Questa invece è la versione provocatoria, quella dove uno dice quello che pensa prima di farselo passare dal filtro della buona educazione.
Insomma: mi sono intervistato da solo due volte.
Una per bene:Fine anno2025
E una… così:
DOMANDA 1 — Ma perché quest’anno non ti sei presentato al bando per il Capodanno, dopo averlo vinto lo scorso anno?
RISPOSTA — Perché a un certo punto uno, invece di farsi del male, sceglie l’autoconservazione.
Il bando esce il 1 ottobre, scade il 28 ottobre, risultato il 15 novembre.
In pratica, per organizzare un Capodanno serviva o:
- un miracolo divino,
- un laboratorio di clonazione,
- oppure… un progetto già pronto prima del bando.
E siccome io non faccio il frate e non tengo un laboratorio biotech in garage… ho passato.
DOMANDA 2 — Ma con un +40% di budget (70.000 euro)… dovrebbero essersi scannati tutti per partecipare, no?
RISPOSTA — Eh, certo. In un mondo normale.
Invece più soldi = meno concorrenti.
Una formula nuova, tipo fisica quantistica, ma solo aretina.
Alla fine, pare sia arrivata una sola candidatura.
Una.
Così tante che per contarle non serve nemmeno togliersi i guanti.
DOMANDA 3 — Ma questa storia del “parte sempre uno e vince sempre quello” non è vecchia?
RISPOSTA — Sì, vecchia come il presepe.
Quattro, cinque, sei anni fa era la stessa tiritera:
bando tirato fuori a feste già iniziate, tempi ridicoli, concorrenza zero.
Si dice che la storia non si ripete mai.
Ad Arezzo invece sì: repliche stagionali, come il mercatino di Natale.
DOMANDA 4 — È vero che in passato certi bandi erano praticamente inaccessibili?
RISPOSTA — Verissimo.
Ad alcune associazioni veniva detto:
“Ah, siete iscritti in Prefettura? Bravi. Ah, al Ministero? Complimenti.
Ma non siete nel nostro registro comunale speciale che nessuno conosce?
Oh, allora niente.”
E la domanda viene secca:
Questa è libera concorrenza… o calcio balilla con le stecche bloccate?
DOMANDA 5 — Ma il problema è il budget?
RISPOSTA — No.
Il problema è che aumentare i soldi e lasciare i tempi da torneo di briscola improvvisato è come comprare 50 kg di farina e pretendere il panettone entro mezz’ora.
Con un bando uscito a ottobre, in meno di due mesi non organizzi,
al massimo rimedi.
E Arezzo merita ben di più del “rimediato”.
DOMANDA 6 — Quindi qual è il punto vero?
RISPOSTA — Uno solo: la programmazione anticipata.
Senza programmazione, ogni anno succede sempre la stessa cosa:
- pochi partecipanti,
- poca concorrenza,
- qualità che si abbassa,
- idee che non circolano,
- città che si accontenta,
- e bandi che sembrano fatti più per chi può partecipare che per chi vorrebbe.
Non è una questione di simpatie.
È una questione tecnica, strutturale, culturale.
CONCLUSIONE
Non accuso nessuno.
Ma faccio domande.
Domande che, da cittadino e da operatore culturale, mi sembrano legittime quando vedo:
- più soldi,
- meno partecipazione,
- tempistiche assurde,
- pattern che si ripetono come l’eco,
- e un solo concorrente, anche stavolta.
E allora uno si chiede:
“È davvero questo il modo migliore di valorizzare Arezzo?”
POSTILLA (QUELLA CHE NON DOVREI DIRE… E INFATTI LA DICO)
E poi, già che siamo fra amici, lasciatemi aggiungere un’altra piccola sciocchezza, una minuzia, una quisquilia da niente: il budget.
E quest’anno zac!: il budget del bando cresce del 40%, sale a 70.000 euro, e uno si aspetta il delirio, la ressa, la folla, i progetti che spuntano come funghi dopo la pioggia.
E invece… sorpresa: meno partecipanti, non più.
Meglio ancora: uno solo.
Una matematica meravigliosa, roba che se la proponi a un professore di economia ti mette fuori dalla classe con un esorcismo.
È come se gli Internazionali di Roma raddoppiassero il montepremi, investissero milioni, e poi scoprissimo che si iscrive la metà dei tennist i, e che fanno il torneo in un campo in terra battuta grande come il salotto di casa.
Cioè: chi investe raddoppia, chi partecipa dimezza.
Formula nuova. Innovativa. Visionaria.
Un capolavoro di anti-strategia.
E infatti — altra chicca — lo spazio scelto quest’anno è più piccolo dell’80% rispetto a piazza Sant’Agostino.
Una cosina da 20 metri per 30, che in due foto viene via, e in televisione sembra quasi un aperitivo privato, più che un Capodanno cittadino.
E allora la domanda diventa inevitabile, quasi automatica, come quando ti arriva un messaggio da un numero sconosciuto alle tre di notte:
“Ma davvero questa è una strategia sensata di spesa di soldi pubblici?”
Perché il Comune decide di investire di più, mette sul piatto risorse della città…
e il risultato qual è?
- i partecipanti scendono da tre a uno,
- lo spazio si restringe,
- le idee si rarefanno,
- e il Capodanno rischia di sembrare un after privato capitato per sbaglio in mezzo alla città.
Insomma, io faccio domande.
Perché quando aumentano i soldi e diminuisce tutto il resto — partecipazione, spazi, possibilità, competizione — la conclusione, anche volendo essere buoni, è una sola:
Qualcosa non torna.
Per niente.


