Così volenterosi nel difendersi, così sprovveduti per riuscirci.
Guarda il porro, ad esempio. Bianco, fiero, elegante. Per sembrare forte s’è rivestito di tuniche. Avvolgenti, non c’è che dire. Eppure ci basta un’unghia per sfilargliele via. Ingenuo.
Il finocchio ha scelto di coprirsi con guaine carnose e profumate, ma la sua dolcezza è così evidente, così potente, che quei pochi strati diventano inviti, non barriere. E quant’è bello quando fanno crack!
Il cavolo! Lui sì che non guarda a compromessi. S’è chiuso su sé stesso con un accanimento a tal punto esagerato da diventare un labirinto inaccessibile. Forte, sì, ma condannato al taglio del coltello o a restare solo, dimenticato nel frigo.
Il carciofo ha scelto la battaglia. Il sapore aspro. L’affronto alla lingua. Punte, spine e astringenza a protezione di un cuore tenero che resta nascosto dietro a troppa fatica e a troppo spreco.
E poi c’è lei, la cipolla. La regina. In quanti hanno provato a cogliere il segreto della sua multiforme perfezione! I suoi strati non sono semplici difese: sono veli che custodiscono un mistero. Lo scalogno, ad esempio, non è riuscito a fare altrettanto.
Pensaci, quando te la rigiri tra le mani. Sfogliala! Scoprila! È un continuo rimandare, un invito a guardare oltre. E in quel cammino di ricerca e di scoperta, inevitabilmente, ti dovrai soffiare il naso per fermar le lacrime. Non perché sia cattiva, s’intende, ma perché ha imparato l’arte più difficile: quella di mostrare la fragilità sotto forma di fantasia condivisa, alimentando simboli e metafore.
Quante verdure, nell’orto, sono prigioniere delle proprie corazze: chi troppo aperta, chi troppo chiusa. Solo la cipolla, con la sua coreografia di strati, rivela una verità che gli altri non sono riusciti a raggiungere: che difendersi non serve a nulla, se non si è capaci di dare scacco alla monotonia.


