Si apre la stagione della caccia in Toscana, e come da tradizione parte la grande festa delle doppiette. Dal 21 settembre al 31 gennaio, le campagne saranno solcate da uomini armati fino ai denti, pronti a “ristabilire l’equilibrio naturale” a suon di piombo. Il calendario venatorio lo chiama “prelievo”, parola elegante per dire che i bersagli saranno storni, piccioni, tortore dal collare e tutto ciò che la normativa concede di abbattere.
Ma il gioco, a ben guardare, non è mai stato equo. Da una parte, i cacciatori: organizzati, protetti da leggi, con licenze, cartucce e fucili di precisione. Dall’altra, esseri viventi che volano, cantano, migrano — e che di certo non hanno mai chiesto di diventare il passatempo di un umano annoiato. La caccia continua a travestirsi da tradizione, da cultura rurale, da gesto nobile: in realtà è solo il privilegio codificato di sparare a chi non può rispondere.
E allora, per par condicio, proviamo a ribaltare la scena: immaginiamo di consegnare un fucile anche agli uccelli. Ogni storno con la sua doppietta, ogni tortora con la sua cartuccera a tracolla. Sarebbe curioso osservare quanti cacciatori continuerebbero a definirsi “amanti della natura” se improvvisamente la natura potesse sparare indietro.
Il paradosso è che chi difende la caccia lo fa quasi sempre in nome della biodiversità, della gestione faunistica, della lotta ai “danni agricoli”. Ma se il vero problema è la sovrappopolazione di specie, non c’è algoritmo migliore di quello della natura stessa, che per milioni di anni ha regolato equilibri senza bisogno di fucili e giubbotto mimetico.
Dare un fucile agli uccelli non è un invito alla violenza, è una provocazione necessaria: per ricordarci che la caccia non è uno sport, ma un massacro unilaterale, un rito arcaico che sopravvive solo perché la politica continua a chiudere un occhio — o forse entrambi.
Se davvero vogliamo essere moderni, cominciamo a chiederci: perché mai, nel 2025, abbiamo ancora bisogno di sparare a chi vola?


