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📄 FONTE comunicato stampa Federazione provinciale di Arezzo del Partito Democratico
La direttiva sul volto riconoscibile negli uffici comunali di Cortona ha impiegato poco più di ventiquattr’ore a passare dalla porta del municipio a quella della polemica politica. Era abbastanza prevedibile: quando nello stesso discorso entrano sicurezza, velo islamico, «costumi e usanze» e amministrazioni di centrodestra, il dibattito difficilmente finisce davanti alla macchinetta del caffè.
La Giunta guidata dal sindaco Luciano Meoni ha approvato con la delibera 592 del 31 agosto una direttiva secondo cui chi entra o permane negli immobili comunali deve mantenere il volto riconoscibile. Sono quindi vietati caschi, passamontagna, maschere, indumenti, copricapi o altri oggetti utilizzati in modo da rendere difficile l’identificazione. Sono previste eccezioni per ragioni sanitarie o di servizio. Il Comune precisa inoltre che la disposizione ha carattere generale e non riguarda specificamente convinzioni religiose o culturali.
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È sulla lettura politica dell’iniziativa che interviene adesso la Federazione provinciale di Arezzo del Partito Democratico, con un comunicato dal titolo che non sembra esattamente scritto per favorire il dialogo contemplativo:
«Sicurezza. Dietro la delibera di Cortona, la solita destra dei like a buon mercato».
Per il Pd il principio della riconoscibilità negli uffici pubblici è condivisibile. La contestazione riguarda piuttosto la necessità e il significato politico della direttiva.
I democratici ricordano infatti che l’articolo 5 della legge 152 del 1975 vieta già, senza giustificato motivo, l’uso in luogo pubblico o aperto al pubblico di caschi o altri mezzi capaci di rendere difficoltoso il riconoscimento della persona.
Da qui la domanda del Pd: se la normativa esiste già da oltre cinquant’anni, perché era necessario un nuovo atto comunale?
Secondo il partito, la risposta starebbe soprattutto nel messaggio politico. Nel mirino finiscono in particolare le parole utilizzate dal sindaco quando afferma che nessun «costume o usanza» può prevalere sul principio della riconoscibilità. Per il Pd si tratterebbe di un riferimento sufficientemente trasparente al dibattito nazionale su burqa e niqab, pur senza nominarli espressamente.
Ed è proprio qui che il diritto, quella fastidiosa abitudine di complicare gli slogan, mette qualche virgola in più.
Nel 2008 il Consiglio di Stato, pronunciandosi su un’ordinanza del Comune di Azzano Decimo che voleva ricondurre espressamente il velo integrale al divieto della legge 152, stabilì che la norma non consente di considerare automaticamente illecito l’uso del velo per ragioni religiose o culturali. Resta naturalmente possibile richiedere l’identificazione della persona quando necessario.
Lo stesso Meoni, presentando la direttiva cortonese, ha riconosciuto l’esistenza di una giurisprudenza che impedisce ai Comuni di introdurre attraverso ordinanze proprie specifiche sanzioni in questa materia. Da qui la scelta della direttiva limitata agli immobili comunali.
Il Pd però non arretra di un centimetro e allarga l’attacco dal Comune di Cortona al Governo nazionale, accusando il centrodestra di privilegiare provvedimenti capaci di produrre titoli e consenso rispetto a interventi concreti sulla sicurezza.
Per i democratici servono invece scuola, servizi sociali, prevenzione, mediazione dei conflitti e collaborazione con le forze dell’ordine, tenendo insieme sicurezza, dignità e diritti.
La conclusione del comunicato è altrettanto delicata quanto una sveglia alle sei di mattina:
«Meno propaganda, meno distrazioni di massa, meno like a buon mercato. Più buon governo. Anche a Cortona».
La discussione, dunque, non riguarda davvero se si possa entrare in Comune col passamontagna. Su quello, curiosamente, sembrano essere tutti d’accordo.
Il punto è un altro: la direttiva serviva a risolvere un problema concreto oppure soprattutto a mandare un messaggio politico?
Ed è probabilmente su questa domanda, molto più che sui caschi da motociclista, che a Cortona continueranno a discutere.


