C’è un fatto di cronaca: un uomo muore durante la fuga dopo un tentato furto.
E poi c’è il vero evento collaterale: l’inaugurazione ufficiale del Campionato Provinciale di Tifo da Tastiera.
Fischio d’inizio.
“Uno in meno.”
“Peccato solo uno.”
“Rischi del mestiere.”
“Infortunio sul lavoro, chiamate il sindacato.”
“Se stava a casa sua era vivo.”
La cronaca dura poche righe.
Il commentario epico, invece, va avanti per ore.
C’è chi fa la contabilità (“-1”), chi prepara il brindisi digitale, chi invoca l’indagine sulla recinzione colpevole di non aver messo il casco al malcapitato. C’è perfino l’ufficio sicurezza che si chiede se la barriera anti-cinghiali fosse certificata ISO 9001 per l’accoglienza dei fuggitivi.
Il sarcasmo è creativo. L’empatia è in ferie.
La scena è sempre la stessa: luce blu dello schermo, dita che tamburellano, indignazione a chilometri zero e ironia a getto continuo. Il bar è diventato virtuale, ma il tono è quello: tavolino d’angolo, sentenza definitiva, applauso finale.
La parola “tragedia” viene contestata.
“Dove sta la tragedia?”
Già. È una questione semantica.
Pare che la tragedia, per essere tale, debba avere il curriculum giusto.
Nel frattempo, la morte diventa punteggio.
Non più un fatto.
Un risultato.
La rabbia, sia chiaro, ha le sue ragioni. I furti esistono. La paura pure. Le notti insonni anche. Ma a un certo punto il termometro dell’esasperazione si rompe e diventa megafono.
E allora il linguaggio cambia: non si commenta, si esulta.
Non si analizza, si tifeggia.
Non si discute, si conta.
Il “meno uno” è la nuova unità di misura della serenità domestica.
In mezzo, ogni tanto, compare un’anima temeraria che scrive:
“Ma non vi vergognate?”
Dura poco. Viene sommerso.
Siamo sinceri: questo non è solo un episodio. È un termometro.
Segna la febbre di un territorio stanco, arrabbiato, polarizzato. Un territorio dove la parola “tragedia” viene contestata: “Dove sta la tragedia?”
Ecco, forse la tragedia è proprio questa domanda.
Non si tratta di difendere chi ruba. Non si tratta di santificare nessuno. Si tratta di capire quando la legittima richiesta di sicurezza scivola nella normalizzazione della disumanità.
Quando la morte diventa “meno uno”, non è più solo cronaca nera. È linguaggio che cambia. È empatia che si ritira. È il confine tra giustizia e vendetta che si fa sempre più sottile.
E la cosa più inquietante non è la battuta più crudele.
È la facilità con cui la scriviamo.
È la naturalezza con cui la leggiamo.
È il numero di “mi piace”.
La sicurezza è un diritto.
La rabbia è umana.
La disumanizzazione è una scelta.
E oggi, a giudicare dal numero di reaction, è anche molto popolare.
Intanto il contatore scorre.
Commenti, reaction, condivisioni.
La cronaca finisce.
La rabbia resta.

