Solidarietà sì, ma senza disturbare nessuno
Un’iniziativa di solidarietà nasce da una proposta condivisa, cresce tra buone intenzioni e finisce con un’esclusione inspiegabile. La Casa del Vento, band storica aretina, si ritrova estromessa dall’evento che aveva contribuito a immaginare, in nome di non meglio precisate “sensibilità”. Tra imbarazzo, silenzi e giustificazioni vaghe, resta una domanda semplice: quando la solidarietà diventa selettiva, a far rumore non è la musica che manca, ma il vuoto che resta.
Link: COMUNICATO CASA DEL VENTO
Arezzo, dicembre.
C’è una raccolta fondi. C’è il Mediterraneo. C’è la solidarietà.
E poi c’è l’arte difficilissima di fare una brutta figura senza neanche accorgersene.
Il 19 dicembre al CAS di Indicatore Arci Arezzo organizza un’iniziativa (giusta, sacrosanta, meritoria) a sostegno del progetto TOM – Tutti gli Occhi sul Mediterraneo. Fin qui tutto bene. Applausi, bandiere, buoni sentimenti.
Peccato che l’idea dell’iniziativa nasca da una proposta della Casa del Vento, band aretina con trent’anni di storia, dischi, chilometri, lotte, Resistenza, antirazzismo e perfino collaborazioni con Patti Smith (non l’ultima passata per caso).
La dinamica è semplice e tragicomica:
- la Casa del Vento propone
- Arci Arezzo accoglie
- data fissata
- luogo trovato
- ospiti individuati
- musica offerta gratis
Poi, a un certo punto, silenzio radio.
E infine la sorpresa:
agli ospiti viene comunicato che la Casa del Vento non è più gradita.
Così, senza spiegazioni.
Uno degli ospiti, imbarazzato fino alle orecchie, decide addirittura di non partecipare per solidarietà.
Altri restano a bocca aperta.
La band resta basita (termine elegante per dire: “ma che cazzo?”).
La motivazione ufficiale?
Serve “accogliere le sensibilità e le istanze di ogni attore dell’iniziativa”.
Traduzione dal burocratese: qualcuno non vi vuole. Chi? Perché? Mistero.
Domande semplici, risposte zero.
E no, non è una questione di gusti musicali: se non ti piaccio, non mi inviti.
Ma qui la faccenda è più sottile: prima inviti, poi togli, e lo fai pure a porte chiuse.
La Casa del Vento chiarisce subito:
non è una questione di ego, di palco o di curriculum (che, per inciso, c’è).
La solidarietà al popolo palestinese resta totale e incondizionata, con o senza microfono.
Il punto è un altro:
il rispetto.
Perché quando una realtà cittadina che da decenni racconta Arezzo, la sua storia, la sua Resistenza e le sue lotte viene messa alla porta dall’evento che lei stessa ha proposto, non è pluralismo.
È una figuraccia.
“Nemo propheta in patria”, si dice.
Va bene.
Ma almeno non fargli pure pagare il biglietto per uscire.

