Erano solo i primi anni ’50 del secolo scorso, quando il paiolo, sul fuoco basso del caminetto, scaldava l’acqua per il mio bagno. Al momento giusto, quell’acqua bollente veniva versata in un grande catino di zinco grigio, dove veniva temperata con altra acqua, questa volta fredda, pescata dal pozzo della cantina e trasportata con un altro secchio, anch’esso di zinco.
Intanto io, spogliato come il Cristo in croce, a piedi nudi sul cotto ruvido della cucina, aspettavo trepidante l’inizio della cerimonia, tremando dal freddo… e un po’ anche dal timore.
Timore, sì, ma non paura. Era la domenica mattina e avrei dovuto andare a messa. Entravo nel catino quasi disteso, tanto ero piccolo e magro, e lì cominciava il mio sacrificio.
Un mattone di sapone giallo da bucato, artigianale, veniva strofinato su tutto il mio corpo. Era talmente duro che sembrava mi lanciassero sassate. Passava perfino sulla testa, tra il sorriso divertito della mi’ mamma e il viso soddisfatto e compiaciuto della mi’ nonna.
Ma non finiva lì. Arrivava il momento dello “scortinamento”: un bruschino, anche questo da bucato, ma riservato ai corpi umani, mi accarezzava – si fa per dire – con tale vigore che la pelle mi diventava rossa, non per il calore dell’acqua, ma per il suo sfregamento energico.
Sapevo però che non mi avrebbero mangiato.
Uscivo infine dal catino, asciugato con un grande asciugamano di lino grezzo, bianco, con frange alle estremità. E lì, in piedi, arancione come una carota – tra il freddo e il calore del bruschino – venivo rivestito con i panni buoni: mutandine a slip di lana orticante, camiciola di lana caprina a maniche lunghe, pantaloncini ereditati da mio fratello maggiore (senza toppe, però), con bretelle a doppia martingala alla tirolese, e un golfino fatto dalle magiche mani della mi’ nonna, come la sciarpa, la “papala” (il berretto) e i calzinotti.
Ai piedi mettevo gli scarponcelli di panno imbottito ed ero pronto per andare a messa.
Vivo, ma lasciandomi dietro un intenso profumo di bucato candido
