Ricordo i suoi capelli lunghi raccolti in una crocchia, e il rituale serale davanti alla sua antica toilette di legno scuro. Due piccoli cassetti laterali con pomello, uno più grande al centro, e lo specchio inclinabile sorretto da perni a snodo: era il suo angolo, il suo riflesso fedele prima della notte.
Non era alta, ma aveva una presenza che riempiva la stanza. Il viso minuto e chiaro, solcato da leggere rughe sulla fronte, custodiva occhi piccoli di un azzurro profondo, dove convivevano stanchezza e vitalità. In quello sguardo c’era tutta la fatica del lavoro, la gioia per la vita semplice, e la voglia instancabile di giocare con noi nipoti: quattro dalla figlia di Terontola, tre dalla seconda, e poi io e mio fratello dalla terza. Il più piccolo ancora doveva nascere, ma in qualche modo, era già nei suoi occhi.
Vestiva sempre abiti scuri o grigi, sobri ma curati, da cui spuntava il candore impeccabile dei colletti ricamati delle sue camicie bianche. E sopra, indossava la sua pannuccia scura, rigata da sottilissime linee chiare. Quando si avvicinava ai fornelli, quella pannuccia lasciava il posto a un grembiule bianco di lino spesso, appeso al chiodo accanto all’acquaio in pietra.
La pannuccia non era solo un grembiule: era il suo strumento di lavoro.
Vi avvolgeva il “billo trombatore”, attrezzo che portava con sé nelle case vicine in campagna, per piccoli lavoretti, favori e servizi di antica memoria. Tornava sempre con qualcosa: coppie d’uova di gallina, di faraona, a volte di nana. Mai di coniglia, anche se — lo dico sorridendo — la coniglia fritta o alla cacciatora era e resta uno dei miei piatti preferiti.
Tutto questo era il tempo della pannuccia: un tempo fatto di piccoli gesti, di scambi semplici ma carichi di dignità, di mani che sapevano creare valore anche da un grembiule e da una manciata d’uova.


