Avendo praticato diversi sport, devo dire che anche il tennis mi piaceva. Ero un ragazzino quando, in sella alla bici, andavo a giocare a San Clemente. Erano i tempi in cui le palline erano sempre bianche… forse per la paura di essere colpite!
Dopo un intero pomeriggio di gioco — in tutti i sensi — al ritorno, per curiosità, facevamo una sosta: uno di noi montava sulla canna della bici e, attraverso la piccola finestra con le sbarre in vicolo del Fanale, cercavamo di sbirciare all’interno del casino. Allora era ancora aperto, prima che la legge Merlin ne imponesse la chiusura.
Ripresi a giocare saltuariamente anni dopo, quando — trasferito ad Arezzo dopo otto anni in banca — fui invitato insieme a un vecchio amico e collega a disputare un doppio contro il direttore e un capoufficio.
Il campo in terra battuta, perfetto, era situato nel parco di una villa, forse realizzato dallo stesso proprietario, cliente della nostra banca. Si adattava bene alle mie caratteristiche di gioco e a quelle del mio compagno: smorzate ben calibrate e qualche pseudo-passante, mentre i nostri due superiori si affidavano a colpi di forza… più velleitari che efficaci.
Fu una partita dal tono semifantozziano, con pochi scambi degni di nota, ma che vide la nostra coppia prevalere facilmente, per gioventù, abilità e un pizzico di esperienza in più.
A un certo punto, il direttore, dopo aver scagliato una “bordata” finita fuori di almeno mezzo metro, chiese il mio parere, diffidando del giudizio del mio compagno. Dopo un attimo di silenzio, guardandolo in faccia, risposi:
“Bonetta!”

