Amarcord aretina

(Foto di Pietro Simoncini e Gino Perticai-Testi di Umberto Zucchi)

MAGA BONICIOLI
Bonicioli Del Vita Ivana famosa maga di fama internazionale conosciuta e stimata da anni nel mondo dello spettacolo del giornalismo del cinema e dello sport.
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ALDO ADUA MELE
Aldo era il suo vero nome, Mele d’oro il soprannome più usato nei suoi confronti; è stato il più simpatico gay che Arezzo abbia mai avuto.
Scendeva dai poggi sopra Palazzo del Pero col suo ombrello verde e una borsa piena di frutti del suo orto. Per le strade della città non c’era giorno che non si ‘ingarellasse” a parole con qualcuno.
Le sue battute, pronte e argute, lo facevano un personaggio famoso e a suo modo, importante per le vie del centro. Conosceva tutti e a tutti si rivolgeva senza timore di riverenze alcune.Continua a leggere

LA SPUTACI
Negli annisessanta, durante le quotidiane escursioni di noi “brinzelloni” per il Corso, uno strano personaggio accompagnava i nostri interminabili pomeriggi.
La Sputaci, al secolo Angiolina Cipollini, era ad aspettarci seduta sotto i Portici oppure all’incrocio con via Garibaldi.
L’Angiolina, coi suoi capelli tinti con la cera da scarpe, la sua “sottanona” vecchia quanto lei e il suo immancabile bastone, era lì sempre, col sole e con la pioggia a raccattare mozziconi di sigaretta e ad elemosinare qualche spicciolo.Continua a leggere

TOGNON BIAGIO
Tognon Biagio aretino di adozione in quanto le sue origini sono venete dopo tristi giorni passati al padiglione (neuro) trasferito al padiglioncino portava il cibo con il carrello agli altri degenti chi lo ha conosciuto lo descrive come una persona squisita ed eccezionale, frequentatore assiduo del “Barrino” in Colcitrone, famoso tra gli amici per la imitazione del coccodrillo data la sua enorme bocca lo si vedeva spesso in compagnia dell’Assunta ne con la quale ha avuto un felice rapporto.
E’ rimasta famosa la sua frase ad una cena dei festeggiamenti del quartiere di porta Crucifera rivolgendosi all’allora sindaco Aldo Ducci e toccandogli la gobba “gobbo te gobbo io (avendola anch’esso) evviva.

IL MIGHELA
Si vantava di aver bevuto nella sua vita, conti alla mano, quasi cinque autocisterne di vino.
Non si può dire che fosse stato facile incontrare il “Mighela” sobrio per le vie d’Arezzo il tardo pomeriggio, la notte e pure la mattina.
Era il più assiduo frequentatore delle “mescite del vino” luoghi al tempo molto frequentati.
La camminata malferma, il naso da pugile che si toccava in continuazione nell’espressione di “in guardia”, la sua rabbia contro i “grattigiani”, ne facevano un personaggio preso di mira da tutti noi.Continua a leggere

 


FRANCESCO
Chi negli anni 60 non lo ha mai visto sfrecciare per Via Garibaldi o per via Cittadini in sella ad un motorino “Romeo” truccato all’inverosimile, come se fosse in una pista?
Francesco Giglioli non passava certo inosservato, al vecchio Ospedale si era imposto il ruolo di parcheggiatore e se uno lasciava la macchina fuori sosta potevi star sicuro che aveva già chiamato i vigili.. Lui all’ospedale ci lavorava come addetto alla lavanderia e, già tanti anni fa, portava la biancheria fino al Neuro col baroccio e la miccia attaccata davanti.Continua a leggere

TANACCA
Il suo aspetto era quello di un uomo rassegnato alla sorte, noncurante di tutto, un po’ curvo basso di statura, riuscì a sfuggire ai tedeschi durante la guerra, unico superstite di 48 persone trucidate, morì poi in Africa nel 53 per uno scherzo da vigliacco di un aretino.
Le nottate estive era abituato a farle in bianco, la sua esclamazione preferita era “sciaburdito” era un buontempone abile ballerino era anche proverbiale la sua abilità di sarto. Ad Arezzo si diceva: bello questo vestito chi te l’ha fatto?
La risposta era : Tanacca dalla finestra!Continua a leggere

L’ARBITRO
Dino, nato con due grandi aspirazioni nella vita: servire la Messa e fare l’arbitro di calcio.
In entrambe č riuscito in maniera egregia.
Fin da ragazzo ha lavorato alla Pia Casa, dove soggiorna tutt’ora in ottima forma, serviva la messa dalle suore e in molte parrocchie Aretine, dove era conosciutissimo, poi decise di fare il corso per arbitri e da li č iniziata la sua carriera,.
Non credo ci sia giocatore dilettante negli anni 60 che non lo ricordi, ferreo nelle decisioni, rispondeva ai tradizionali ”cornuto” con sonore pernacchie.Continua a leggere

ASSUNTA
Compagna fedele ed inseparabile di Tognon Biagio, assidua frequentatrice delle cene dei quartieri specie quelle della vittoria.
Con un piccolo compenso viene spinta da chi glielo offre a baciare sulle labbra all’improvviso il malcapitato di turno.
Non era difficile trovarla “Dalla Graziella” in Colcitrone dove di tanto in tanto si recava per il pranzo.

 

 

 

NONNINA SANTA RITA
Dei personaggi di cui abbiamo parlato in queste pagine, la Nonnina è forse quello che ricordiamo con più tenerezza.
Curva su sé stessa, i capelli bianchi raccolti a crocchia, l’immancabile borsa sdrucita, vagava per le strade del centro seguita dai suoi “gatti”.
Le sue origini non erano Aretine, la frase con cui ci apostrofava era: “cento lire alla nonna!” che immancabilmente servivano a comprare qualcosa per i suoi unici amici gatti seguite dalla consueta consegna di un Santino raffigurante Santa Rita.Continua a leggere

BEPPINO
Solo pochi intimi potevano permettersi di chiamarlo “Draculino” uno dei personaggi più amati della Casa di Riposo.
La sua caratteristica da sempre era far paura ai ragazzi ridendo sgangheratamente mostrando i suoi dentini aguzzi.

 

 

 

PALLINO
Personaggio noto per il suo carattere, le sue battute e per i furti di biciclette.
Non aveva casa dormiva dove capitava.
Diceva: “Quando vado a dormire un vò avere nemmeno un duino un tasca perché si murissi un vò che me troveno nemmeno un ventino”. (20 centesimi)
Non aveva vestiti e quando gli domandavano come faceva per cambiarsi, lui rispondeva: “la notte ce n’è tanta stesa sui fili a asciugare e anche se unn’è stirata io la metto cusì!”
Naturalmente ad Arezzo quando spariva qualcosa, bicilette o rubato nei pollai, Pallino veniva puntualmente cercato dalla questura e dopo averci trascorso la notte diceva: “Quando rubbo un me piglieno mai, quando un rubbo, me piglieno subeto e io dico che co’ la mi patente ce vanno tutti a caccia!”

LO SCIENZIATO BONICIOLI
Di origini rumene ma diventato italiano e aretino. Come se gli aretini caratteristici non fossero stati sufficenti!
(Titolo della Nazione italiana dll’11 febbraio 1958) “La scienza” di Bonicioli allestito anche un missile dall’inventore della “bomba benefica”. Continua a leggere

 

 

 

IL PIDOCCHINO ovvero L’ecstasi degli anni 60
Chi ha passato i quarant’anni o più non può non ricordarsi del vecchio Cinema Odeon ai tempi ubicato in Via Isonzo più famosa per il cinema, chiamato anche Cinema Isonzo, che per la battaglia che rese celebre il Fiume.
Si aspettava il Sabato e la Domenica con ansia da “Febbre del Sabato sera” per andare al “Cine” al Pidocchino, il più scalcinato cinema della Città ma anche il più frequentato dato il basso costo del biglietto.Continua a leggere

IL SURDINO
Nonostante fosse sordo ed analfabeta preferiva restare solo, non voleva essere ivitato e tantomeno si dedicava all’accattonaggio.
Si è sempre arrangiato onestamente, viveva in un fondo in Colcitrone, da qui e poi successivamente da un fondo in campagna fu mandato via, fece una capanna sopra un carretto, con uno scatolone.
Essendo sordo la sua parlata era una cantilena; gesticolava molto e per questo divenne divertimento per i buontemponi; sempre dialogondo con lui con benevolo rispetto.Continua a leggere

 

L’UOMO D’ORO
Negli anni 50 e 60 nel centro di Arezzo c’era una figura alta e allampanata. Lo conoscevamo tutti, con l’inseparabile bicicletta e gli strani abiti, sostava silenzioso agli incroci con il suo abito color dell’oro.
I più anziani lo ricorderanno mentre i più giovani ne avranno forse sentito raccontare la storia, triste, dolce, come tutte le cose che furono e che, purtroppo non sono più.

Quando c’era lui sotto, il semaforo aveva un colore in più: uno sgargiante color oro che non poteva passare inosservato.
Non sappiamo chi fosse stato e da dove venisse, l’uomo taciturno che ogni giorno si trovava presso i principali incroci cittadini.Continua a leggere

CONTE SCOTTI
Per anni è stato il simbolo vivente del Bar Gallini, tanto che quando fu venduto, ci si accorse che il Conte era accatastato con l’immobile..
Carlo Rossi, noto a tutti come Il Conte, è stato forse uno dei personaggi più conosciuti fino alla fine degli anni 80.
Aveva fatto una mescolanza tra i cognomi dei familiari e si faceva chiamare Carlo Rossi scotti, avvallando il fatto anche con l’anello d’oro con stemma nobiliare che ancora potete vedere indossato nella foto.
L’eleganza per lui era un chiodo fisso, inappuntabile con i suoi pantaloni rigorosamente a campana e stirati fino all’inverosimile, le scarpe lucidate a tal punto da potercisi specchiare, e le camice inamidate portate con i becchi alzati ne facevano un simbolo che a chi non lo conosceva, poteva apparire inquietante.Continua a leggere

CLETO
Il rosso è stato ed è tuttora il suo colore preferito: quello del dolce, profumato vino delle nostre terre.
Non c’era osteria che non conoscesse, non c’era tipo di vino che non avesse assaggiato.
Il nostro viveva a Giovi dove aiutava il fratello idraulico anche se per lui l’idraulica era una cosa considerata inutile visto che serviva a far scorrere l’acqua, nei momenti liberi, tanti in verità, lo trovavi alla Vinicola di piazza S. Agostino oppure all’Agania di via Mazzini, tappe obbligate per lui.Continua a leggere

Quando se “rubbava” i coccomeri
Ci hanno ormai abituati a vederlo sui banchi dei supermercati, di forma oblunga, nei chioschi dove lo consumiamo ghiacciato e in fette tagliate perfettamente, addirittura in foggia di cubo nei market Giapponesi, oppure servito svuotato della polpa e riempito di gustose bevande nei cocktail party.
Ma il coccomero, quello tondo, grosso, succoso,festa di colori e sapori delle nostre ormai lontane estati dov’è mai finito?
Il Coccomero, si quello è il nome che da sempre è stato usato dalle nostre parti per definire questa squisita cucurbitacea tipica della Val di Chiana, ormai è una rarità al pari della bistecca Chianina o del fagiolo zolfino dell’alto Valdarno.Continua a leggere

SPICCHENDOICH
Spicchendoich era un personaggio dell’Arezzo di ieri.
Ho fatto in tempo a vederlo trascinarsi con quel suo sorriso bonario e come dice Dino Sarrini: “con la sua camminata dondolante, i suoi occhi chiari apparentemente inespressivi, giù per Borg’unto, all’angolo di via Pescioni o in Piazza Grande, sempre pronto Piero, questo era il suo nome, ad accettare le nostre battute e a bere tutte le fandonie che gli dicevamo.”
Chissà quale era l’origine del suo nome, forse dal suo tentativo di dare indicazioni turistiche agli stranieri.
Era lo stesso periodo della Sputaci e di altri personaggi che popolavano una Arezzo agricola, ma ancora semplice e con una identità!

 

Redazione
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