Ogni tanto la redazione dell’Ortica entra nei gruppi Facebook aretini per osservare da vicino i grandi dibattiti cittadini.
Non per stabilire chi abbia ragione, impresa che richiederebbe almeno tre commissioni, una conferenza dei servizi e l’intervento pacificatore della Madonna del Conforto. Più modestamente, ci interessa vedere come un problema reale riesca a trasformarsi, commento dopo commento, nel ritratto perfetto dell’aretino contemporaneo.
La domanda stavolta era semplice:
“A che ora possono iniziare i lavori rumorosi la mattina?”
Una richiesta apparentemente innocente. Ma Facebook, com’è noto, non riconosce le domande semplici. Le considera una provocazione personale.
Il motivo della richiesta era presto spiegato: alle sei e mezzo del mattino, in zona Villarada, un trattore con la trincia aveva deciso che il sonno del vicinato era ormai un’abitudine borghese da estirpare insieme alle sterpaglie.
E d’estate il problema non è proprio secondario.
Con quaranta gradi anche di notte, le finestre restano aperte nella disperata speranza che entri un filo d’aria. L’aria generalmente non entra. Entrano invece le zanzare, il motorino smarmittato, il cane del vicino, il camion della nettezza urbana e, nelle zone di campagna, il gallo che comincia a cantare alle tre perché evidentemente segue il fuso orario di Tokyo.
Alle sei e mezzo, quando finalmente il gallo ha quasi finito il turno, parte la trincia.
Nel giro di pochi minuti, sotto al post sono comparsi tutti gli orari disponibili sul mercato: le sette, le otto, le sei, le sette e mezzo, dalle otto alle dodici, dalle tredici alle diciassette, forse dalle sedici alle venti, salvo deroghe, decreti, plenilunio e parere favorevole del cugino che ha un’impresa edile.
Uno ha fornito la risposta definitiva:
“Dopo che mi sono alzato.”
Una norma semplice, finalmente comprensibile e perfettamente in linea con la tradizione amministrativa italiana: l’orario dipende dal risveglio del cittadino competente.
Poi è entrato in campo il caldo.
Qualcuno ha ricordato, giustamente, che lavorare su un trattore o in un cantiere nelle ore centrali della giornata può diventare pericoloso. Altri hanno fatto notare, altrettanto giustamente, che evitare le ore più calde non significa poter accendere automaticamente martelli pneumatici, trapani e trinciatrici quando la gente sta ancora abbracciata al ventilatore.
Perché fra tutelare la salute dei lavoratori e trasformare un quartiere in una cava alle cinque del mattino dovrebbe esistere una via di mezzo.
Una roba rivoluzionaria chiamata organizzazione.
Ma il dibattito è rapidamente passato dagli orari alla graduatoria universale della fatica.
“Provate voi a stare su un trattore alle dodici.”
“Io scarico dodici pancali di bevande al giorno.”
“I lavori li volete finiti oppure no?”
“Pazienza se non si dorme.”
Ed eccoci al vero regolamento non scritto della provincia aretina: davanti a un problema, non si cerca una soluzione. Si confrontano i mestieri per decidere chi abbia conquistato il diritto morale di rompere le scatole agli altri.
Il muratore soffre più dell’impiegato.
L’agricoltore più del muratore.
Quello che scarica i pancali più dell’agricoltore.
Il pensionato, comunque, s’è alzato alle cinque anche senza motivo e guarda tutti con disprezzo.
Nel frattempo una signora racconta che il vicino ha lavori in corso da due anni e che un operaio ha cominciato a usare trapani e martelli alle cinque. Ha chiamato i vigili, che l’avrebbero indirizzata alla Asl. Alla Asl, comprensibilmente, hanno pensato a uno scherzo.
È la versione aretina dello scaricabarile: il cittadino telefona per un trapano, attraversa quattro uffici e alla fine viene probabilmente mandato dal veterinario del gallo.
La normativa, per quel poco che ancora conta nel mondo reale, distingue tra cantieri, lavori domestici, giardinaggio, attività agricole e autorizzazioni in deroga. Non esiste quindi un’unica ora buona per qualsiasi rumore prodotto da qualsiasi essere umano dotato di motore.
Per i cantieri ordinari, il Comune indica generalmente le otto come inizio della fascia prevista dalla deroga semplificata. Le attività che vogliono superare orari e limiti devono seguire un’altra procedura. L’agricoltura gode di regole particolari, ma non per questo ogni risveglio traumatico diventa automaticamente inevitabile o autorizzato.
La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Chi lavora sotto il sole va protetto seriamente. Chi dorme con le finestre aperte non può essere considerato un fannullone nemico dell’agricoltura perché alle sei e mezzo preferirebbe sentire soltanto il gallo.
Che, almeno lui, non ha Facebook e non viene sotto al post a spiegare quanto sia duro il suo mestiere.


