Oh ma l’avete vista? L’avete vista davvero o si guarda solo le foto col cuoricino e poi via, avanti il prossimo aperitivo?
La chiesina di San Clemente a Pigli, lassù sotto Lignano, affacciata sulla Valdichiana che pare un dipinto, ora è lì mezza sfondata. Un gioiellino del 1314 – milletrécentoquattordici, non ieri pomeriggio – con le croci misteriose in facciata, il campanile a vela, gli affreschi tre-quattrocenteschi… e noi che si fa? Si guarda crollare come se fosse un muretto dell’orto.
Marco Botti l’ha detto chiaro: “Mi sanguinano gli occhi e il cuore.”
E ci credo. È anni che si diceva: “Quel tetto un altro inverno non lo passa.” E infatti non l’ha passato. Ma tranquilli eh, tutto normale. In questo Paese si trova i milioni per fare i figuroni con il “capolavoro” comprato all’asta, però cinquantamila euro per rifare un tetto no, quelli non si trovano. Troppa fatica.
Santino Gallorini c’ha ragione a chiamarla vergogna italiana. Perché qui non è solo una questione di pietre: è questione di rispetto. Si riempie la bocca di “arte, storia, cultura”, poi si lascia marcire una chiesa che racconta il Medioevo aretino meglio di tanti convegni.
E la cosa buffa – per non dire tragica – è che San Clemente non è una baracca qualsiasi. È un posto pieno di misteri: le croci patenti in facciata che paiono templari ma forse no, la data 1314 sull’architrave proprio l’anno che arsero Jacques de Molay, gli affreschi attribuiti ora a Lorentino, ora a qualche spinelliano… roba che altrove ci farebbero un percorso turistico, visite guidate, studi universitari. Qui invece ci si fa crescere l’edera sull’abside.
“È privata?” chiede qualcuno.
E allora? Se è vincolata, qualcuno controlla o no? Le soprintendenze servono a prevenire o a fare le pratiche quando è già tutto per terra? Perché a forza di rimpallarsi responsabilità – vecchi proprietari, nuovi proprietari, enti, diocesi, ministeri – intanto le tegole vengono giù e ora pure la vela del campanile fa paura.
E nei commenti c’è chi dice: “Facciamo qualcosa.”
E chi: “Costituiamo un comitato.”
E chi impreca, giustamente.
Perché qui non è solo un muro che cede. È un pezzo di identità che si sbriciola. È l’ennesima chiesetta di campagna lasciata a morire, mentre si discute di massimi sistemi e si traduce pure la targhetta in inglese – così il turista può leggere la spiegazione del rudere.
San Clemente è lì da sette secoli. Ha visto castelli nascere e sparire, confraternite, vescovi in visita pastorale, restauri, abbandoni. E ora rischia di finire non per una guerra, non per un terremoto, ma per menefreghismo.
La verità?
Non è che l’Italia non si merita la sua arte.
È che troppi italiani non se la meritano.
E se questa volta non ci si muove davvero – sopralluoghi, obblighi, raccolte fondi, comitato serio, pressioni vere – tra un po’ a Pigli resterà solo la vista sulla valle. Bellissima, sì. Ma con un vuoto in mezzo.
E allora sì che ci sarà da vergognarsi sul serio.

