Già quando lo vedevo in Serie D, mi sembrava impossibile non immaginarlo presto su palcoscenici più alti. Una vera trazione anteriore per qualsiasi squadra: strappi devastanti, potenza pura, progressioni che spaccano le partite. Una forza che nasce da un fisico da robot indistruttibile.
Sì, parlo di Emiliano Pattarello.
Ricordo ancora Mister Giovanni Indiani che, a una sua esclamazione in allenamento, lo minacciò scherzosamente di trovarsi un’altra squadra se avesse ripetuto certe cose. Ma Emiliano rispose sul campo: a Ponsacco e a Livorno diede dimostrazione di doti enormi, di un potenziale fuori categoria.
Verso fine campionato lo invitammo al nostro tavolo, noi tifosi vecchi e anziani. Davanti avevamo un ragazzo timido, quasi in silenzio, ma con dentro una forza che sembrava esplodergli dall’anima, incontrollabile.
Poi è arrivato Cristian Bucchi e, nei due anni e mezzo di Serie C, l’ho visto crescere: più maturo, più calmo, più razionale… e ancora più forte. Un giocatore che ha capito quanto il suo apporto sia fondamentale per gli obiettivi della squadra, senza mai togliere meriti ai compagni.
Il gesto di consegnare il pallone a Cianci per il rigore — giustamente conquistato — nella gara casalinga contro la Pianese, dice tutto: maturità del singolo, spirito di gruppo, fame comune. È il segno di uno spogliatoio unito e di un uomo che ha messo l’ego al servizio del collettivo.
Per tutto questo, Emiliano, il tuo nome è destinato a entrare nella bacheca dei grandi dell’Arezzo.
E noi saremo lì a raccontarlo, con la sciarpa al collo e la voce rotta dall’orgoglio.
Forza Arezzo.

