A Ponte Buriano hanno posato la prima pietra del nuovo ponte e, come da tradizione più solida del cemento armato, è subito partito il toto-nome. Il ponte non c’è, il traffico sì, il cantiere forse arriva, ma i nomi avanzano a frotte: proposte, comunicati, post, dichiarazioni solenni manco fosse un conclave.
In mezzo al chiasso, però, ce n’è uno che non è spuntato per caso. Non perché suona bene, non perché fa marketing territoriale, ma perché quel ponte lo ha difeso quando non portava voti né titoli: Gualberto Gualdani.
Geometra, ambientalista, memoria storica di Ponte Buriano e rompiscatole instancabile per decenni, Gualdani ha passato una vita a vigilare su viabilità, sicurezza, segnaletica, diga, Arno e territorio, quando “nuovo ponte” non era uno slogan ma un problema. Lo faceva per mestiere, per passione e per memoria: quella dell’alluvione del ’66, che se te la ricordi davvero non smetti più di stare all’erta.
Mentre oggi si discute di intitolazioni con il ponte ancora nei disegni, lui c’era quando l’acqua arrivava alle finestre, quando Buriano finì sott’acqua e quando il rischio di rifarlo diventare un lago artificiale tornava ciclicamente di moda nei palazzi romani.
Per questo, nel grande calderone del toto-intitolazione, il nome Gualdani pesa più degli altri. Perché non è un’idea dell’ultimo minuto, ma una storia lunga una vita.
Non c’è ancora il ponte, ma c’è già il casino, hanno posato la prima pietra del nuovo ponte e, come da tradizione italica, invece di pensare a finirlo hanno iniziato subito a litigare su come chiamarlo. Perché si sa: in questo Paese prima si dà il nome, poi forse si fa l’opera. Forse.
Parte così il toto-intitolazione, disciplina olimpica riconosciuta solo in Toscana, dove in gara ci sono: Ponte Leonardo, Ponte della Gioconda, Ponte della Speranza (speranza che non si blocchi il cantiere), Ponte Carlo Starnazzi, Mona Lisa Bridge (perché se è inglese sembra finito meglio) e, udite udite, anche Ponte Gualberto Gualdani.
E qui entra a gamba tesa L’Ortica, che butta lì una proposta che tanto provocazione non è: se c’è uno che il ponte l’ha salvato davvero, senza rendering, senza comunicati stampa e senza selfie con l’elmetto, quello è stato Gualberto Gualdani.
Geometra, ambientalista, memoria storica, rompicoglioni professionista (nel senso buono), Gualdani ha legato il suo nome indissolubilmente a Ponte Buriano, quello vero, quello romanico, quello che Leonardo – sì, proprio lui – avrebbe messo dietro la Gioconda. Insieme allo storico dell’arte Carlo Starnazzi, Gualdani ha combattuto per anni affinché quel ponte non diventasse un soprammobile sommerso o una rotonda acquatica.
Altro che hashtag: battaglie vere.
Contro l’innalzamento della diga della Penna.
Per la viabilità della zona.
Per la sicurezza.
Per la segnaletica.
Per il nuovo ponte, quando ancora nessuno ci credeva.
E soprattutto per evitare che Buriano tornasse sott’acqua come nel ’66, quando l’Arno decise di fare il Pacifico. Gualdani aveva 20 anni, dormiva a Ponte Buriano e quella notte il ponte finì sommerso per oltre un metro. “Se ci penso mi vengono ancora i brividi”, diceva. E non erano parole da cerimonia, erano ricordi che puzzavano d’acqua, fango e paura.
Per tutta la vita è stato il custode del ponte della Gioconda, senza biglietto d’ingresso e senza sponsor. Uno che seguiva ogni pratica, ogni progetto, ogni idea sbagliata, ogni idea pericolosa. Uno che parlava per una comunità che non voleva più essere sommersa – né dall’Arno né dalle decisioni prese altrove.
Ora che il nuovo ponte ancora non c’è ma i nomi abbondano, qualcuno propone addirittura di aspettare a discutere. Altri suggeriscono l’inglese, che fa internazionale e non impegna nessuno. Ma la verità è una sola: prima di Mona Lisa Bridge, prima dei consigli riuniti, prima delle inaugurazioni col buffet, c’è stato uno che quel ponte l’ha difeso quando non faceva notizia.
Chiamarlo Ponte Gualberto Gualdani non sarebbe ideologia.
Sarebbe memoria.
E a Buriano, senza memoria, l’Arno prima o poi torna a chiedere il conto.






