I fratelli Marchi, Livio e Adriano, lo Scartoni capoclasse, il Carlino De Giudici, il Bennati, Francesco Raspini, Luigino Cocchi, Romiti, Cangi, Testi, Bertelli, Bartolini, Buratti, Lambruschini, Igino Giani… e tanti altri che non ricordo più.
Quando scendo dal Prato verso il Cimitero, mi soffermo sempre a guardare i tre finestroni dell’aula all’ultimo piano: era la nostra classe. Da lì vedevo i buoi del Cinelli arare tra gli ulivi…
“Arare”: chissà quanti oggi sanno davvero cosa significa.
Molti di quei compagni non ci sono più, ma alcuni li incontro ancora. Che età meravigliosa! Spensierati, un po’ guasconi, ma ligi ai nostri doveri.
Il giovedì c’era la razione di olio di fegato di merluzzo, distribuita dal custode con il camicione grigio scuro, giù al refettorio – anche questo oggi molti non sanno cosa fosse.
Quel custode veniva anche a rifornire i calamai: portava un fiasco impagliato, lacero, e versava l’inchiostro nei nostri banchi di legno, con piano inclinato. Alcuni banchi avevano il ripiano ribaltabile, altri no; seduta e spalliera erano un tutt’uno con la pedana, e il banco era sempre a due posti. Sopra c’era un piccolo ripiano dove mettevamo gli astucci e dove erano incassati i calamai di vetro.
Gli astucci, di legno, si aprivano a scorrimento. Una novità furono quelli a due piani, snodati. Dentro c’erano:
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una matita nera a punta media,
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un temperamatite,
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la gomma da penna, dura come il sasso,
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la gomma da matita, morbida come mollica di pane,
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la penna e almeno tre pennini.
A parte c’erano le matite colorate, spesso lunghe, custodite in un astuccio di cartoncino, finché durava… poi le si legava con un nastro.
C’era chi aveva già i pastelli a cera; altrimenti, per dare più smalto ai disegni, usavamo la saliva.
I pennini ramati da 2 lire erano i più comuni. E le portasughe? Chissà se oggi un ragazzo saprebbe dire cos’è una portasuga!
Ogni maestro aveva il suo righello o una canna di bambù: strumenti educativi, diciamo così, per i più indisciplinati o duri di comprendonio. Qualcuno usava anche il palmo della mano, senza troppo riguardo. Era lecito? Permesso? Chissà…
Ma fu un insegnamento per tutti quando, un giorno, entrò in classe un carabiniere – padre di uno di noi – e, con il cinturone, segnò le gambe del figlio. Quel ragazzo, duro e ribelle, diventò poi dottore.
La biro e la penna stilografica le vidi per la prima volta in prima media. I banchi in formica, singoli, con sedie, arrivarono solo in terza, nella nuova scuola “Andrea Cesalpino”… che oggi non esiste più: è stata demolita.


