Il nuovo libro di Fabrizia Fabbroni è “Uomini e Terra”

In libreria il nuovo libro di Fabrizia Fabbroni:

la Prefazione
Questa gente si è costruita i suoi paesaggi come se non avesse altra preoccupazione che la bellezza…”, così annotava nel suo taccuino un viaggiatore del Grand Tour percorrendo le campagne d’Etruria.
Bellezza quindi, natura, cultura e sacralità, con un senso di identità profonda che attraversa la storia sino all’infanzia del mondo.

L’Etruria aretina, con le sue quattro vallate, è l’epicentro di un mondo a parte ove sono passate le vie della transumanza e la Romea dei pellegrini teutonici: un mondo agropastorale costellato di pievi e castelli, monasteri e antiche testimonianze etrusco-romane.

Terra di contadini e mezzadri, piccoli allevatori, incolpevoli giustizieri del porco.
Agricoltura in grande spolvero dopo le grandi bonifiche in Valdichiana; grano, fieno e un po’ di vino nei terrazzamenti a mezza costa; castagne e legname nei boschi remoti della montagna.

Uomini e Terra di Fabrizia Fabbroni, come d’altronde La Raccolta Rurale “Casa Rossi” di Soci, nasce proprio da questo attaccamento ai luoghi e alle persone, al lavoro
e alla tradizione, alla vita delle cose e degli oggetti.
Crediamo entrambi nella psicogeografia, cioè nella correlazione tra psiche e ambiente. Pensiamo che il territorio sia il primo libro da leggere: e ci crediamo perché lo sentiamo
vero.

Questo è anche l’impegno prioritario dell’Ecomuseo del Casentino, di cui la Raccolta fa parte, che nel tutelare la cultura materiale e immateriale della vallata si definisce come “un patto col quale una comunità si impegna a prendersi cura di un territorio”.

L’uomo contemporaneo non è più al centro dell’Universo, perché non è più in sintonia con esso: quell’orgoglio insolente a possedere, mercificare, sfruttare, consumare e distruggere – insomma ipotecare il futuro dei nostri figli – appare ora come una folle hybris punita
dagli dèi.

Servono gesti eroici, ovvero semplici e concreti.
Come quello della poetessa e scrittrice Fabrizia Fabbroni, che con grande coraggio si propone di confondere il mostro del Consumismo (l’autentico divoratore della civiltà agropastorale) offrendogli in pasto “parole di memoria”.
Perciò, proprio oggi che l’uomo conosce il prezzo di tutto, ma spesso il valore di niente, mi piace concludere con i versi profetici di Pier Paolo Pasolini:
“Io sono una forza del passato. / Solo nella tradizione è il mio amore.
/ Vengo dai ruderi, dalle chiese, / dalle pale d’altare, dai borghi / abbandonati sugli Appennini… / mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non
sono più”.
FRANCESCO MARIA ROSSI
Raccolta Rurale “Casa Rossi” – Soci

Un racconto, portato con dovi­zia di particolari, sulle pratiche, i riti, i miti che hanno contrad­distinto i rapporti dell’Uomo con la Terra.
La scrittrice in questa sua caval­cata attraverso civiltà e tempi, auspica, invoca, reclama una ri­voluzione che sia veramente terragna.
ENZO B. MASELLI

AL LETTORE (di Fabrizia Fabbroni)

Come un pellegrino, passai per questi volti, pensai alle funzioni degli antichi strumenti…
…e mi si schiuse lo scrigno di un eterno sapere.
Costruire un oggetto e tenerlo in serbo, pronto per l’uso, è prerogativa dell’uomo che è costruttore di oggetti.
Ogni utensile che l’uomo costruisce è come un prolungamento del suo corpo e l’uomo è capace di cambiare la forma degli oggetti al fine di assoggettarli via via a funzioni sempre più efficaci e il più possibile economiche.

Dicono gli studiosi che gli oggetti strumentali, che fin dalla notte dei tempi l’uomo ideò imprimendo loro la forma voluta, sono raggruppabili secondo tre funzioni fondamentali: perforare, tagliare, schiacciare.
I denti dell’uomo svolgono queste tre funzioni: i molari schiacciano, i canini perforano, gli incisivi tagliano.

Attraverso queste azioni possono essere compiuti tutti gli atti utili alla trasformazione.
E forse attraverso l’osservazione e la riflessione sulle funzioni dei propri denti, unite alla capacità di presa per l’opposizione del pollice alle altre dita, l’uomo pervenne alla costruzione degli attrezzi e delle armi.

Capì quello che facevano i molari e costruì le mole, capì quello che facevano i canini e costruì i pugnali e i punteruoli, capì quello che facevano gli incisivi e costruì le lance.
E quindi costruì i martelli, le incudini, le zappe, le vanghe… la falce, la roncola, l’erpice,
il forcone, il giogo, l’aratro, il chiodo… la ruota… l’anfora… la fune… man mano che riusciva ad appropriarsi delle forme elementari, che sono le forme-base, dei denti,
delle corna degli animali, degli zoccoli, delle unghie, dei becchi, delle code…

Capire il concetto che si racchiude nelle forme è stato necessario all’uomo per compiere le sue trasformazioni.
E per le trasformazioni l’uomo imparò anche dall’acqua dei torrenti, dal vento, dal mare, dal fuoco.
Le forme elementari, per il pensiero millenario che racchiudono, non devono essere perdute neppure dall’uomo contemporaneo, l’uomo della tecnica, della scienza e dell’informatica. Senza di quelle e senza i concetti che quelle forme conservano, senza il pensiero che
si tramanda per esse l’uomo non può creare, può solamente copiare e spesso la copiatura è solo peggioramento inquinato dalla mancanza della speranza.

Ecco perché nel proporre questo libro di parole, di immagini e di disegni cerchiamo di porgere a chi lo sfoglia il pensiero racchiuso nelle forme-funzioni degli attrezzi che da millenni permettono all’uomo di svolgere il suo lavoro sulla Terra.
Quando nelle nostre campagne, come in altre parti della Terra, qualcuno ancora lavora così, la sua mano compie i gesti più antichi del mondo e con quella trasmette la scienza di cui l’uomo è fatto depositario e tramite.
Accogliere questa sapienza è forse fare in modo che una lunga catena non si interrompa troppo bruscamente, è forse trasmettere la memoria delle cose per preparare un tempo che sia ancora umano.

Il volto dell’Uomo della Terra è sempre uguale a tutti i volti dell’Uomo della Terra.
Gli occhi socchiusi, il viso grande e bruno solcato proprio come quello della Terra.
Con un abbozzo di sorriso ai lati della bocca.
Quell’Uomo senza la Terra muore dopo pensosa, incredibile agonia.
La Terra senza quell’Uomo ripiega il proprio seme e geme vedova, priva del ponte.

Fabrizia Fabbroni è nata a Bologna e attualmente vive fra Roma e Arezzo.
Ha pubblicato rac­colte di poesie e ha condotto indagini sulle tradizioni del Casentino e su storie e leggende del territorio are­tino, per le quali ha ricevuto pre­stigiosi riconoscimenti.
Negli ultimi anni, per l’Associazione Cul­turale Parco della Creatività, con le illustrazioni dell’artista Andrea Roggi, ha dato alle stampe la rac­colta di poesie Nell’Aria (2015). Con Europa Edizioni ha pubblicato le memorie d’infanzia Io Che (2018) con cui ha partecipato alle fiere del libro di Roma e di Torino. Nel 2019 per Fruska è uscita la se­conda edizione del Canto di Meo, il filosofo di Battifolle in Casen­tino, con il sostegno e il patrocinio dell’Unione dei Comuni del Casen­tino.
Per Fruska edizioni ha pubbli­cato anche Prodigi e Misteri in terra di Arezzo nel 2020, e nella primavera del 2021 ha dato alle stampe, con il marito Enzo Bruno Maselli, Haiku per Tu, raccolta di brevi testi in forma di poesia giap­ponese.

Redazione
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