Diario di una risonanza aretina

A momenti hai fatto più risonanze a ìccapo (direbbero dal Valdarno in là) che serate in discoteca e quindi preoccupazioni non ne hai, sai già di cosa si tratta e ti presenti molto “scialla” all’appuntamento.

Arrivi in sala di attesa, ti accomodi e inizi a guardarti intorno perché riviste non ce ne sono (mica siamo dal parrucchiere) e di prendere il telefonino in mano come quelli che sono già in attesa non ne hai voglia, anche perché vuoi fare ancora la giovincella e non hai preso l’abitudine a portarti dietro gli occhiali da lettura, ma di ingrandire lo schermo tipo lavagna non se ne parla, non sei mica Mister Magoo ancora, eh.

Non ti resta che pensare ai fatti tuoi, purtroppo la tecnologia ti ha tolto la dunnina o l’umino che attaccavano bottone chiedendoti l’ora e poi, per un’ora, ti facevano la biografia della propria vita, con allegato l’inserto del sù albero genealogico, cognate e consuoceri compresi. Bei tempi andati…

Il tempo passa e dopo aver fatto caso pure al numero degli elementi dei termosifoni con conseguente riflessione “Aposta c’ho il freddo io in casa, in una stanza come questa quel somaro de idraulico me ce n’ha messi la metà de elementi.
Questo sa fare l’idraulico come me, ho bel che capito…”, ti accorgi che stai aspettando per l’esame da oltre un’ora e mezzo e deduci che le foto dei monti della Val d’Aosta appese al muro non siano casuali: arduo fare una risonanza entro la giornata come scalare una montagna.

Arriva il tuo momento ed entri finalmente a fare l’esame.
Mentre ti spogli per indossare il camice, benedici la tua buona abitudine di depilarti periodicamente, ma osservi comunque se possano esservi “cacchioni” sopravvissuti al silkepil.
Tempo sprecato, senza lenti a contatto non vedresti un palo, figuriamoci il peletto ‘gnorante sulla gamba.

A vedere la macchina per la risonanza ti scappa quasi una risata perché quella specie di galleria ti rammenta Toninelli col tunnel del Brennero, tutti i meme e relative battute dei social… paraccio, però.

Distesa e con la raccomandazione di stare immobile, inizi a preoccuparti del fatto che finirai per addormentarti, ma devi evitarlo a tutti i costi perché rischi di russare poi come un trattore, sai che bella figura “cacina ci faresti?.

Fortunatamente, spulciando il piccolissimo spazio che ti è consentito vedere, becchi dù “rugi” neri che in una macchina nuova così non si possono proprio vedere e, da fissata della perfezione, inizi a formulare tesi su come potresti toglierli: magari con ‘na scartatina de carta vetrata a grana finissima e poi c’arpassi un po’ de smalto bianco, ma forse è esagerato, forse basterebbe un goccino de ammoniaca pura e ce la fai a toglierli, mansomma che cialtroni, aló, la gente lavora col culo oggigiorno!.

Inizia a pigliarti male quando a forza di guardare questi microscopici puntolini neri, ti accorgi che gli occhi li vedono un attimo più chiari e poi subito più scuri e allora, presa dal panico perché già la vista è il tuo punto debole, ti dici “Oddio che me succede?
Appena esco di qui chiamo l’oculista, già nce vedo un cazz de mio, è ‘lmeglio che me faccia altri scherzi la vista…starebbi fresca, mì!”.

L’operatore ti avverte che stanno iniettandoti il contrasto e una sensazione di freddo ti parte dal braccio e inizia ad espandersi in tutto il corpo, ti impanichi di nuovo e speri che il mezzo di contrasto non ti faccia troppo contrasto perché sei già tanto in contrasto di tuo col mondo intero.

Il tempo non passa mai e, nel frattempo, ti si è seccata la bocca, e allora pensi che se Toninelli avesse collaborato alla realizzazione di tale macchinario , magari un piccolo punto di ristoro lo avrebbe previsto là dentro, giusto per pigliarsi un caffettino, non c’è bisogno di grandi ristorantoni…

Hai finito, esci da lì dentro e il tecnico, gentilissimo, ti chiede se è tutto a posto, lo rassicuri, ma pensi “Meno male, ‘lmi cittino, che la macchina non è in grado di leggere i pensieri, altrimenti con quello che ho rimuginato e pensato io, da fassi la risonanza al reparto neurologia era tutt’uno…”

 

 

 

Romina Giuntini
Casalinga fissata col drusciare i pavimenti e nell’attesa che si asciughino scrive nsesà manco de che…

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