Oggi informare significa attraversare un pollaio dove tutti starnazzano, pochi ascoltano e l’algoritmo distribuisce il mangime a chi fa più confusione.
La filiera della visibilità funziona ormai con una precisione quasi industriale. Si parte da un articolo, possibilmente letto soltanto nel titolo. Arriva il primo commento indignato, seguito da quello di chi non ha capito niente ma intende farlo sapere a tutti. Poi qualcuno fotografa lo schermo, taglia il contesto e pubblica lo screenshot accompagnandolo dall’immancabile: “Fate girare prima che cancellino”.
A quel punto la notizia ha smesso di essere una notizia ed è diventata mangime.
Il post produce altri commenti, i commenti generano una polemica, la polemica partorisce un meme e il meme viene condiviso anche da quelli che non sanno chi sia il protagonista, cosa abbia detto e soprattutto perché dovrebbero essere arrabbiati.
Ma sono arrabbiati lo stesso. È più pratico.
La verità cammina, la bufala ha preso il motorino
La fake news non deve essere necessariamente una menzogna completa. Basta una frase vera amputata del resto, una fotografia vecchia presentata come nuova, un video fermato tre secondi prima della spiegazione o un titolo trasformato in sentenza.
La bufala moderna non si presenta dicendo: “Buongiorno, sono falsa”. Si mette una giacca credibile, aggiunge due punti esclamativi e si fa accompagnare da un rassicurante “me l’ha mandato una persona informata”.
Poi parte.
Quando arriva la smentita, la bufala ha già fatto tre giri della provincia, preso il caffè al bar e trovato posto in qualche gruppo Facebook dove si discute di tutto, dalla viabilità internazionale alla corretta cottura della porchetta.
La smentita, invece, ottiene sette reazioni: tre pollici alzati, due faccine, un “buongiornissimo” e il commento di uno che continua a non crederci.
Perché la verità, poverina, pretende attenzione. La bufala chiede soltanto un dito sul tasto “condividi”.
Il commentatore che non legge, ma giudica
Nel nuovo ecosistema della visibilità, leggere è diventato un dettaglio. L’importante è prendere posizione.
Sotto un articolo di dieci righe trovi il commento di chi domanda esattamente ciò che è scritto alla seconda riga. Poi arriva quello che accusa il giornale di non aver detto ciò che compare nel terzo paragrafo. Infine si presenta l’esperto universale, capace di spiegare contemporaneamente urbanistica, sanità, calcio, bilancio comunale, meteorologia e diritto penale.
Non ha documenti, fonti o dubbi. Ha però la connessione internet, e gli basta.
Il commento più sicuro raramente è il più informato. È semplicemente quello scritto con più punti esclamativi.
Il politico, il comunicato e la gara a intestarsi anche il tramonto
Nel pollaio non possono mancare la politica e le istituzioni.
Una buca diventa una battaglia di civiltà. Una panchina verniciata è il risultato di una visione amministrativa. Un cestino spostato di quattro metri richiede fotografie, dichiarazioni, ringraziamenti e possibilmente un post nel quale qualcuno rivendichi di averlo chiesto per primo nel 2019.
I comunicati non vengono più scritti soltanto per informare. Devono soprattutto occupare spazio, produrre reazioni e dimostrare che qualcuno “è intervenuto”.
Su cosa, a volte, si scoprirà in seguito.
L’importante è comparire nella fotografia con l’espressione di chi ha appena risolto un problema storico, anche quando è stata sostituita una lampadina.
Il meme: la satira con la patente oppure la scorciatoia per il linciaggio
Il meme può essere satira, e quando è fatto bene riesce a spiegare una situazione meglio di cinque conferenze stampa.
Ma può diventare anche il sistema più rapido per trasformare una persona in una caricatura, una voce in una colpa e una figuraccia in una condanna definitiva.
La differenza non sta soltanto nel far ridere. Sta nel bersaglio, nel contesto e soprattutto nei fatti.
La satira deforma la realtà per mostrarne il ridicolo. La fake news deforma la realtà per sostituirla.
Sembrano parenti, ma una porta con sé il pungiglione e l’altra il certificato di nascita falso.
“Mi vogliono censurare”: la frase che fa curriculum
Quando una dichiarazione viene contestata, scatta spesso la fase del vittimismo strategico.
Non si è detta una sciocchezza: “si è stati fraintesi”.
Non si è pubblicata una notizia falsa: “si sono poste delle domande”.
Non si è insultato nessuno: “era soltanto ironia”.
E se qualcuno chiede prove, precisione o responsabilità, eccola arrivare: “Mi vogliono censurare”.
La censura, nella versione social, consiste spesso nel poter parlare per ore lamentandosi che nessuno ci lascia parlare.
È una formula perfetta: evita di rispondere nel merito e regala altra visibilità. Se poi arriva anche qualche attestato di solidarietà da parte di persone che non hanno letto nulla, la giornata è salva.
E infine arrivano gli avvocati
Il personaggio pubblico vuole il palco, ma non sempre il pomodoro
Chi sceglie la scena pubblica cerca inevitabilmente visibilità. La trova nelle interviste, nei comizi, nei libri, nei post e negli applausi. Qualche volta, però, insieme alla luce del riflettore arriva anche la satira.
Ed è lì che il palco sembra improvvisamente diventare proprietà privata.
Il personaggio pubblico ha naturalmente diritto a difendere reputazione e dignità. La notorietà non autorizza nessuno a inventare fatti, attribuire reati o travestire un insulto da battuta. Ma una cosa è la diffamazione, un’altra è essere messi alla berlina per ciò che si è detto, fatto o pubblicamente rappresentato.
La satira non presenta la domanda di autorizzazione al bersaglio. Se dovesse far ridere soltanto chi viene preso in giro, non sarebbe satira: sarebbe un comunicato stampa con la pernacchia incorporata.
Poi ciascuno conserva il diritto di rivolgersi a un giudice. Ma nella macchina della visibilità perfino una querela, indipendentemente dalle intenzioni di chi la presenta, finisce per diventare contenuto….
Il punto non è stabilire che i personaggi pubblici debbano sopportare tutto. Non devono. Il punto è evitare che le carte bollate diventino il modo più rapido per confondere una critica pungente con una notizia falsa e una caricatura con un’aggressione.
La reputazione merita tutela. Anche la satira. E fra le due non decide chi starnazza più forte nel pollaio, ma la precisione dei fatti e, quando serve, un giudice.
Quando post, commenti, meme e accuse hanno completato il giro, si entra nella fase solenne: “Ho dato mandato ai miei legali”.
A volte il mandato esiste davvero. Altre volte deve ancora essere trovato il legale, possibilmente dopo aver pubblicato.
La querela è una cosa seria e non dovrebbe essere ridotta a un manganello da agitare contro ogni critica. Allo stesso modo, la libertà di espressione non è un salvacondotto per inventare fatti, attribuire reati o gettare fango.
Ma nella macchina della visibilità perfino la querela diventa contenuto: prima l’annuncio, poi la replica, quindi la solidarietà, la controreplica, l’articolo sulla querela e infine i commenti di chi propone di querelare anche quelli che hanno commentato la querela.
Il pollaio non chiude mai.
Dentro il meccanismo ci siamo anche noi
Sarebbe comodo dare tutta la colpa ai social, ai politici, agli influencer locali o ai commentatori seriali.
Ma dentro questa macchina ci sono anche i giornali. Ci siamo anche noi.
Ogni titolo sceglie cosa mettere in evidenza. Ogni immagine orienta uno sguardo. Ogni articolo può chiarire una vicenda oppure versare un altro secchio di becchime nel pollaio.
L’Ortica usa titoli provocatori, ironia e satira. Non lo nasconde e non intende presentarsi alla città vestita da notaio. Ma proprio perché punge, deve distinguere il fatto dalla battuta, la critica dall’accusa e il personaggio pubblico dal bersaglio da mettere alla gogna.
L’ironia non autorizza la menzogna. Una risata non trasforma una voce in una notizia. E scrivere “pare che” non lava automaticamente la coscienza editoriale.
Il nostro manifesto, senza metterci in posa
L’Ortica non promette di parlare piano. Non promette di piacere a tutti e nemmeno di accarezzare amministratori, oppositori, esperti da tastiera o galli convinti che il sole sorga perché hanno cantato loro.
Promette però di provare a distinguere i fatti dalle chiacchiere, l’ironia dalla menzogna, la critica dall’insulto e una notizia da uno starnazzo.
Possiamo sbagliare, e quando succede dobbiamo correggere. Possiamo essere scomodi, ma senza inventare. Possiamo prendere in giro il potere, le sue liturgie e le nostre piccole vanità cittadine, senza trasformare il giornale in un distributore automatico di fango.
Una volta si cercava la notorietà facendo qualcosa. Oggi basta farsi contestare mentre non si fa nulla.
Ad Arezzo la visibilità è diventata come il parcheggio in centro: tutti la vogliono, nessuno ammette di cercarla e, pur di conquistarla, qualcuno è disposto ad arrivare fino alle carte bollate.
Noi continueremo ad attraversare il pollaio.
Possibilmente con gli stivali, i fatti controllati e l’Ortica in mano.
Questo articolo usa l’ironia per commentare fenomeni reali della comunicazione e dell’informazione contemporanea.


