Stati Uniti d’America, Europa, potenze emergenti: il mondo sembra muoversi non più secondo un diritto condiviso, ma secondo una morale proclamata a corrente alternata, piegata agli interessi del momento. Una morale che, quando conviene, diventa leva per rovesciare governi, quando non conviene si dissolve nel silenzio.
Ricordiamo la stagione in cui l’Italia fu guidata da un esecutivo non passato dalle urne, giustificato come “necessario” in nome della stabilità e della credibilità finanziaria. Un passaggio traumatico, vissuto da molti come una sospensione della sovranità popolare, dentro un contesto europeo dominato da pressioni economiche, equilibri di potere e convenienze incrociate.
Oggi il copione sembra ripetersi, ma su scala globale. Un nuovo decisionismo muscolare riaffiora: l’influenza su Paesi lontani, le mire su territori strategici ricchi di risorse, il sostegno militare mediato da alleati che alimenta conflitti interminabili. In Ucraina, come altrove, le popolazioni pagano il prezzo più alto di una guerra che è anche scontro di ambizioni e sfere d’influenza.
Altrove, regimi che si autoproclamano intoccabili reprimono nel sangue il dissenso, bruciano le proteste insieme ai manifestanti, sacrificano migliaia di vite pur di restare al timone di un vascello che imbarca acqua. E quando il potere vacilla, c’è sempre la tentazione di un atto estremo, di una mossa violenta capace di rimescolare le carte, anche a costo di precipitare tutti nel baratro. Così il terrorismo torna a essere scintilla e alibi, acceleratore di tragedie che sembravano già scritte.
Nel frattempo, in silenzio, altre potenze osservano e attendono. Gli equilibri nel Pacifico sono tesi come corde pronte a spezzarsi, e basta poco perché una crisi latente diventi il prossimo incendio globale.
In che mondo siamo finiti? In un mondo in cui la forza pretende di vestirsi da morale, e la morale viene invocata solo quando giustifica la forza. Un mondo alla deriva, dove il diritto internazionale appare fragile e la memoria corta. Eppure, proprio da questa confusione dovrebbe nascere una domanda collettiva: vogliamo continuare a navigare senza bussola, o è tempo di rimettere al centro le persone, la democrazia e una pace che non sia soltanto una parola utile nei discorsi?


