Il fratellino di Rayan, Mohamed, aveva solo quattro anni.
Stremato dalla fame, cercava di raggiungere con la sua piccola bacinella il camion degli aiuti, ma fu travolto dalla calca.
Quel camion, carico di farina, era distribuito da uomini di Hamas in abiti civili, sotto lo sguardo distante dei militari israeliani. Tra loro c’era Jacob, un soldato i cui antenati vivevano in quella terra da generazioni, così come gli antenati della famiglia di Rayan. A Jacob era stato affidato l’ordine di vigilare affinché la distribuzione dei viveri si svolgesse senza incidenti.
Ma nella confusione di grida, pianti e spintoni — tutti uomini e bambini disperati a contendersi quel prezioso “oro bianco” — improvvisamente risuonò un crepitio di spari. Non si seppe da dove provenissero. La folla impazzì: urla, corpi che correvano, altri che cadevano a terra.
Il piccolo Mohamed, già indebolito dai giorni di stenti, non ebbe la forza di resistere. Non fu colpito dai proiettili, ma nella fuga disordinata venne schiacciato e calpestato dalla folla in panico.
Rayan lo raccolse tra le braccia, cercando di trattenerlo in un mondo che lo stava strappando via. Quel momento spezzò la sua infanzia: nel suo cuore di bambino, crebbe all’improvviso un odio feroce.
Otto anni dopo, a soli quattordici anni, Rayan imbracciò un’arma a Gerusalemme.
Fu allora che, in un istante, si compì la trasformazione: da vittima innocente a carnefice, trascinato in un ciclo di violenza senza fine.

