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Burraia 1959: avventure, tempeste e sogni di infinito

Il gossip di Cesare Fracassi
Un viaggio tra i ricordi di un'infanzia passata alla Burraia, tra tempeste di neve, avventure in capanne di legno, e riflessioni sull'universo che trasformano il quotidiano in una scoperta senza fine

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Burraia 1959: avventure, tempeste e sogni di infinito

Il gossip di Cesare Fracassi
Un viaggio tra i ricordi di un'infanzia passata alla Burraia, tra tempeste di neve, avventure in capanne di legno, e riflessioni sull'universo che trasformano il quotidiano in una scoperta senza fine

Burraia, anno 1959: le tre casette

Sui prati della Burraia, quasi al crinale, si trovavano tre capanne di legno di tre metri per tre. Una di queste, ben mantenuta, aveva vetri sull’unica finestra, un tetto robusto e forse impermeabilizzato con vernice per barche. Era la casetta che i genitori di un amico di scuola di mio fratello avevano preso in affitto.

Non c’erano né bagno né acqua corrente, né luce. Tuttavia, la casetta disponeva di una stufa economica con un deposito per l’acqua calda accanto al tubo del camino, cerchi concentrici di ferro usati come fornelli, e un piccolo forno vicino alla camera di combustione.

Quella giornata non prometteva niente di buono: vento, nebbia e nevischio gelato ci sferzavano il viso. Io, il più piccolo, avevo tolto gli occhiali e il mio volto era quasi tumefatto dai granuli di ghiaccio. I “grandi” avevano deciso che avremmo pranzato presso il vecchio rifugio del CAI. Oltre a me c’erano il Dedo, un anno più grande, e altri sei ragazzi dell’ultimo anno delle superiori.

All’epoca, alla Burraia c’erano lo skilift del Gabrendo e, più in là, una manovia che attraversava i prati. Superata la manovia, dopo circa cento metri, si trovavano le tre capanne. Il rifugio del CAI era gestito da Beppe Sodo, mitico custode, cuoco e ottimo sciatore. Da piccolo, Beppe mi portava a dar da mangiare a una vecchia lupa, quando alla Burraia esisteva solo il vecchio rifugio.[read more]

Quella giornata, però, il destino cambiò i piani: una cunetta e la nebbia fecero rovesciare il pentolone con il sugo che Beppe trasportava dall’albergo al rifugio. Così decidemmo di pranzare alla “casetta del Piero”, l’amico di mio fratello.

Scendemmo a spazzaneve lungo il Gabrendo, guidati solo dalla poca visibilità. Arrivato al cespuglio di faggi, dove si trovava il motore della manovia, sentii un grido di aiuto tra il vento e la neve. Intravedendo una macchia scura tra i faggi, trovai Giulio, un altro compagno di scuola di mio fratello, infreddolito e impaurito. Lo presi per mano, stringendo la sua racchetta, e lo condussi esausto fino alla capanna, dove gli altri ci attendevano con il fuoco acceso.

La dispensa della casetta era scarna: solo mezzo chilo di spaghetti e un barattolo di conserva. Giulio, ripresosi, fu sistemato vicino alla stufa. Nonostante la scarsità del cibo, il tavolo piccolo si riempì di idee: futuri avvocati, ingegneri e un farmacista decisero di spezzare gli spaghetti per farli sembrare di più. Qualcuno persino sputò nell’acqua per dissuadere gli altri dal mangiare troppo.

Fu allora che capii cosa significava soffrire la fame. Da quel giorno, la mia voracità non ha più avuto freni.[/read]

Un faggio contro il ginocchio 

Febbraio 1962. Ero partito con il trenino della Sinalunga, portando con me uno zaino dell’ultima guerra, forse appartenuto alle truppe inglesi, insieme a sci, racchette e scarponi Nordica di cuoio, con i lacci legati a tracolla.

Al capolinea di Pratovecchio Stia, dopo quasi un’ora e mezza di viaggio, aspettai la SITA, l’autobus che mi avrebbe portato al Passo della Calla. Era un venerdì con tempo e neve splendidi: avevo saltato la scuola il sabato. Arrivato all’albergo verso le otto, sotto il chiarore della luna che illuminava il bianco della neve, mi fecero dormire in un letto a castello nella cameretta insieme a Mario, il meccanico dello skilift.[read more]

Il giorno dopo iniziai a fare le mie 30-40 discese. Alternavo la pista “uno” con la “due” senza mai fermarmi; non c’era coda, almeno fino a metà mattinata. La “uno”, la pista più difficile, era stata tracciata da Nesman, un tedesco ex nazionale austriaco che si era trasferito in Casentino negli anni ’50, dopo aver salvato alcune persone nella rappresaglia di Vallucciole ed essersi rifugiato qui per paura di eventuali processi.

A metà pista c’era un muro, quasi sempre gelato e con poca neve, che richiedeva di prendere velocità a monte, subito dopo una curva a destra. Durante una discesa mi trovai tutta la pista occupata da tre sciatori fermi a discutere quale tracciato scegliere. Per evitarli andai dritto e finii fuori pista, tra i faggi. Uno di questi colpì violentemente il mio ginocchio.

Riuscii a tornare in albergo con cautela, ma poco dopo avevo due ginocchia al posto di uno. Mi feci preparare una chiara d’uovo e mi fasciai, immobilizzando l’articolazione.

La domenica arrivarono i miei amici con la gita dello Sci Club, ma io ero costretto a fermarmi. Passavo il tempo bucando gli abbonamenti e aiutando con i traini dello skilift. Ovviamente mi prendevano in giro, sostenendo che avessi paura di essere battuto da loro.

Dopo due o tre volte di questa provocazione, rientrai in albergo, mi tolsi la fasciatura e indossai gli scarponi. Il ginocchio, ancora un po’ gonfio, non faceva più tanto male. Provai a fare qualche flessione e il dolore era sopportabile.

Aspettai i miei amici in cima al Gabrendo e li sfidai a scendere sulla “uno”. Solo tre accettarono la sfida. Partii per primo, dicendo loro di raggiungermi. Dopo il primo tratto, quando iniziarono le esse, non mi videro più.

Quando arrivarono in fondo, io avevo già tolto gli sci e stavo di nuovo aiutando con i traini. Li guardai sorridendo e dissi:
“Anche con una gamba sola non vi vedo!”.[/read]

Un sogno fisico

Talvolta si può immaginare che la materia sia un tutt’uno, un’unica entità. Da bambino osservavo i “bullini”, piccole bollicine con alette e altre bollicine. Guardando il cosmo, mi sembrava di trovarmi dentro un “bullino”, e immaginavo chi potesse tirarmi fuori, come un getto o uno spruzzo.

Chi mi avesse tirato fuori, pensavo, sarebbe stato a sua volta dentro un “bullino” più grande, ponendosi lo stesso quesito. Cercavo spiegazioni da mio fratello maggiore, che mi introduceva ai concetti di atomi, neutroni, protoni ed elettroni. Viaggiavo con la mente verso l’interno di questo “bullino”, ma ogni volta si apriva un nuovo universo, e mi perdevo nell’infinità.

Quando avevo la febbre, il sogno mutava. Percepivo forze ostili, come una marea torbida e collosa che ostacolava il mio vagare. Al contrario, se ero tranquillo, mi sembrava di galleggiare dolcemente in un mare limpido, trasportato dalla brezza. Mi sentivo immerso in un’acqua azzurrina e fluida, senza mai raggiungere un punto d’arrivo.

Al risveglio, mi sentivo microinsignificante, parte di un insieme infinito. Per ritrovare conforto, spesso correvo in cucina alla ricerca di un po’ di salame, la mia droga per tirarmi su.

 

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Cesare Fracassi
Cesare Fracassi
Nato ad Arezzo nel 1946, in via Crispi 66, al suono della prima sirena del Fabbricone. Frequentò le elementari a Sant'Agnese, una scuola di vita e di battaglie. Dopo le medie, proseguì con il liceo classico e intraprese studi di medicina e giurisprudenza, completando tutti gli esami di quest'ultima. Calciatore dilettante, fondatore della squadra Tuscar Canaglia, sciatore agonistico e presidente della FISI provinciale. Esperienze lavorative: mangimista, bancario, consulente finanziario, orafo, advisor per carte di credito, ideatore della 3/F Card, registrata presso la SIAE (sezione Olaf n°1699 del 13/4/2000) con il titolo "Global System", agricoltore e, ora, pensionato.

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