Ogni giorno ci alziamo, ci immergiamo in conversazioni, riunioni, discussioni, eppure spesso ci rendiamo conto di aver parlato tanto ma ascoltato poco. È curioso, vero? Abbiamo due orecchie e una bocca, un segno, forse, che la natura ci invita ad ascoltare il doppio di quanto parliamo. Eppure, sembriamo vivere al contrario, come se avessimo due bocche e un orecchio solo.
L’ascolto è diventato una pratica rara, quasi un’arte perduta. Nella fretta di dire la nostra, spesso interrompiamo, completiamo le frasi altrui, o, peggio ancora, attendiamo solo il nostro turno per parlare, senza realmente prestare attenzione. Questo modo di relazionarci riflette un ego smisurato, che ci porta a credere che ciò che abbiamo da dire sia sempre più importante di ciò che potremmo imparare dagli altri. Ma ascoltare non è solo cortesia: è un atto di umiltà, un’apertura verso l’altro e verso il mondo, e soprattutto un arricchimento personale.
Ascoltare davvero significa mettere da parte il proprio ego, spogliarsi dei pregiudizi e delle aspettative, e accogliere ciò che l’altro ci offre. Non si tratta solo di parole: c’è un linguaggio che va oltre il verbale, fatto di silenzi, sguardi, gesti. L’ascolto autentico richiede presenza, attenzione, empatia. È un atto che ci insegna qualcosa di nuovo, ci permette di crescere.
Eppure, perché facciamo così tanta fatica ad ascoltare? Forse è perché ascoltare implica mettere in discussione le nostre certezze. È più facile parlare, ribadire ciò che già sappiamo, rafforzare le nostre convinzioni, piuttosto che aprirci a punti di vista diversi. Parlare ci fa sentire al centro, protagonisti. Ascoltare, invece, ci mette in una posizione di vulnerabilità: dobbiamo accettare che non sappiamo tutto, che possiamo essere smentiti o sorpresi.
Il paradosso è che, nel nostro continuo parlare, perdiamo opportunità preziose. Ogni persona ha una storia da raccontare, un punto di vista unico, un’esperienza che potrebbe arricchirci. Ma se non tendiamo l’orecchio, se non ci prendiamo il tempo di ascoltare davvero, quelle storie ci sfuggiranno, e con esse perderemo pezzi importanti della vita.
In una società sempre più rumorosa, dove tutti parlano e pochi ascoltano, tornare a coltivare l’ascolto è un atto rivoluzionario. Possiamo iniziare con gesti semplici: fare una pausa prima di rispondere, guardare negli occhi chi ci parla, leggere il linguaggio del corpo. Comprendere i segnali non verbali aiuta non solo a migliorare la qualità della conversazione, ma anche a cogliere la genuinità di chi abbiamo di fronte. Personalmente, ho studiato nel tempo il linguaggio del corpo e spesso, quando interloquisco con qualcuno, mi affido anche a questi segnali per capire fino a che punto l’altra persona è autentica. È sorprendente quante cose emergano osservando non solo ciò che viene detto, ma anche come viene detto.
Forse, se imparassimo ad ascoltare di più, scopriremmo che il mondo ha molto più da offrire di quanto immaginiamo. E, nel processo, potremmo anche imparare ad ascoltare meglio noi stessi, quel piccolo sussurro interiore che spesso ignoriamo con il nostro incessante parlare.
Tendere l’orecchio, alla fine, è un atto di amore: verso l’altro, verso il mondo, e verso la vita stessa. Chissà quante cose abbiamo perso finora. Non è mai troppo tardi per imparare ad ascoltare davvero.
S.S.C.